di Giuseppe Gagliano –
La bassa affluenza nel primo turno delle elezioni generali “a fasi” racconta più di tanti comunicati. La giunta presenta le urne come via verso la stabilità; una parte della popolazione le percepisce come scenografia. In diverse città manca l’energia politica delle consultazioni precedenti, e in aree di combattimento il boicottaggio imposto o suggerito dai gruppi ribelli svuota fisicamente le strade.
Con milioni di sfollati e un territorio frammentato, governare non è questione di vincere un’elezione, ma di far funzionare un minimo di amministrazione. L’economia reale, in queste condizioni, scivola verso circuiti di sopravvivenza: tassazioni informali, pedaggi, controllo armato delle rotte, contrabbando. Ogni tentativo della giunta di “normalizzare” rischia di aumentare l’attrito, perché la normalità richiede sicurezza, e la sicurezza richiede consenso o forza.
Le elezioni non fermano la guerra. Al massimo, provano a ricondurla dentro un quadro istituzionale controllato dai militari. Ma se il voto non mobilita, la giunta ottiene un risultato fragile: può rivendicare una facciata civile senza conquistare obbedienza. Sul piano militare, questo significa logoramento: più fronti, più necessità di presidio, più dipendenza da apparati coercitivi in un Paese dove la resistenza armata si alimenta anche della sfiducia.
Un governo percepito come espressione diretta dell’esercito avrà riconoscimenti selettivi, non una legittimazione piena. Molti attori internazionali continueranno a trattare per necessità, ma evitando di “comprare” la narrativa della transizione. La giunta scommette che il mondo si stanchi e che la stabilità, anche imperfetta, venga preferita al caos. I critici, invece, sostengono che un’elezione senza competizione reale sia solo un modo per congelare la crisi.
Il Myanmar non è solo una crisi interna: è un corridoio strategico tra Asia meridionale e sud-orientale, con interessi energetici, logistici e industriali che non spariscono perché le urne sono vuote. Proprio per questo, il rischio è una “stabilità a pezzi”: enclave controllate, scambi localizzati, compromessi informali con attori armati. Un mosaico che può durare a lungo, ma che raramente produce sviluppo: produce, piuttosto, dipendenza e vulnerabilità.












