Nicaragua. Il silenzio sui deportati: i voli segreti di Trump e l’ombra di Ortega

di Giuseppe Gagliano

C’è un silenzio che pesa come un macigno sull’aeroporto internazionale Augusto C. Sandino di Managua. Non è il silenzio delle piste deserte o delle sale d’attesa vuote, ma quello di un’operazione che si svolge nell’ombra, lontano dagli occhi del mondo. Da gennaio cinque voli carichi di nicaraguensi deportati dagli Stati Uniti sono atterrati nella capitale del Nicaragua, un flusso invisibile orchestrato dall’amministrazione di Donald Trump e accolto dal governo di Daniel Ortega con una discrezione che rasenta il mistero. Nessun comunicato ufficiale, nessun registro pubblico, solo il ronzio dei motori di aerei Global X che, due volte al mese, scaricano il loro carico umano su una rampa remota, lontana dai terminal affollati.
Questi voli, operati dalla compagnia aerea americana Global X, una delle sei subappaltatrici di Classic Air Charters al servizio dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), partono principalmente dall’aeroporto di Alexandria, in Louisiana, con un’eccezione registrata da Houston, Texas. I dati, raccolti da piattaforme come FlightAware e Avionio, parlano chiaro: il primo atterraggio è avvenuto il 23 gennaio alle 11:28 ora locale, seguito da altri il 6 e 20 febbraio, il 6 e il 20 marzo. Gli aerei, tutti Boeing 737 identificati con la matricola N276GX e il codice di volo G6-6194, trasportano decine, forse centinaia, di nicaraguensi rimpatriati dopo essere stati espulsi dagli Stati Uniti. Ma il numero esatto dei deportati rimane un enigma, avvolto nel riserbo di due governi che, per motivi opposti, preferiscono il silenzio.
Sotto l’amministrazione Trump, tornata al potere il 20 gennaio 2025, la promessa di una “deportazione di massa” – la più grande nella storia americana, come annunciato in campagna elettorale – ha preso forma con una rapidità impressionante. Dal 21 gennaio, secondo stime preliminari, almeno 26.124 migranti sono stati rimpatriati verso l’America Centrale e il Messico, con 79 voli militari e charter che hanno toccato principalmente Guatemala, Honduras, El Salvador e lo stesso Messico, dove oltre 19mila persone sono state deportate via aerea. Il Nicaragua però rappresenta un caso a parte: qui i voli arrivano senza clamore, gestiti con una segretezza che stride con la retorica muscolare del presidente americano.
A Managua, i deportati vengono presi in consegna da un apparato ben oliato: la Polizia nazionale, tramite la Direzione di Protezione e Sicurezza Aeroportuale (DIPSA), e l’Esercito, con il Distaccamento di Protezione e Sicurezza Aeroportuale (DEPSA), sotto la supervisione della Direzione di Investigazione della Delinquenza (DID). Gli aerei, una volta atterrati, vengono dirottati verso un’area isolata dell’aeroporto, lontano dai passeggeri in transito. Foto e video, condivisi da appassionati di aviazione locali sui social media, mostrano figure scure che scendono dagli aerei, spesso con i polsi legati, accolte da veicoli militari che le trasportano via in fretta. Nessun contatto con la stampa, nessuna dichiarazione: i deportati svaniscono nel nulla.
E qui entra in gioco il paradosso di Daniel Ortega. Il leader sandinista, che il 3 febbraio, durante il vertice straordinario dell’ALBA-TCP, ha denunciato il trattamento dei migranti come “criminali senza processo” da parte degli Stati Uniti, non ha speso una parola sulla sorte dei suoi connazionali rimpatriati. Le sue accuse – “li trattano come trafficanti di droga, senza prove, senza diritti” – suonano vuote di fronte al silenzio assordante del suo governo. Dal 2019, il Nicaragua ha smesso di pubblicare dati ufficiali sui rimpatriati, e l’ultimo comunicato del Ministero degli Esteri, datato 27 gennaio, parlava genericamente di “assistenza ai cittadini rientrati da Costa Rica, Messico e Stati Uniti”. Da allora, il buio.
Cosa si nasconde dietro questa reticenza? Forse la risposta sta nel pragmatismo di Ortega. Criticare apertamente le deportazioni significherebbe inimicarsi Washington in un momento in cui il Nicaragua, strangolato da sanzioni economiche e isolato diplomaticamente, ha bisogno di mantenere un fragile equilibrio. Accettare i deportati in segreto, invece, permette al regime di incassare un favore implicito dagli Stati Uniti senza compromettere la sua retorica antimperialista. È una danza politica che Ortega conosce bene, ma che lascia i rimpatriati in una terra di nessuno: né criminali, né cittadini accolti, solo ombre senza voce.
Nel frattempo, il fenomeno delle deportazioni si allarga. Oltre ai nicaraguensi, circa 500 migranti “extracontinentali”, provenienti da Paesi come Iran, Uzbekistan, Cina, India e Somalia, sono stati rimandati in Costa Rica e Panama dopo essere passati dagli Stati Uniti. È un mosaico di esodi forzati che riflette la complessità di un mondo in cui i confini si chiudono e le vite si spezzano. A Managua, il primo e il terzo giovedì di ogni mese, il rombo degli aerei Global X continuerà a squarciare il cielo, portando con sé storie che nessuno sembra voler raccontare.
Perché questo silenzio? Perché queste vite, sballottate tra due potenze che giocano a scacchi sulla loro pelle, non trovano eco né a Washington né a Managua? Forse perché, in fondo, la vera sicurezza internazionale non è quella dei popoli, ma quella dei governi che li controllano. E mentre Trump esulta per ogni volo partito e Ortega tace per ogni volo arrivato, i deportati restano ciò che sono sempre stati: fantasmi di un sistema che non li vede.