di Giuseppe Gagliano –
Daniel Ortega ha annunciato una riforma costituzionale che impedirà agli oppositori accusati di tradimento e ai cittadini privati della nazionalità di candidarsi alle elezioni o ricoprire incarichi pubblici. La misura rafforza ulteriormente il controllo del presidente sul sistema politico, restringendo gli spazi di partecipazione e alimentando le critiche della comunità internazionale.
La riforma consente formalmente lo svolgimento delle elezioni, ma attribuisce al potere politico la facoltà di stabilire chi possa concorrere, escludendo di fatto gran parte dell’opposizione. Secondo il governo, il provvedimento serve a prevenire nuove destabilizzazioni dopo le proteste del 2018, considerate da Managua un tentativo di colpo di Stato sostenuto dall’estero.
Ortega giustifica la stretta richiamando la storia delle interferenze straniere subite dal Nicaragua, trasformando la difesa della sovranità nazionale nell’argomento principale per delegittimare il dissenso interno. Intanto il sistema politico si concentra sempre più attorno al presidente e alla copresidente Rosario Murillo, consolidando un modello di potere in cui Stato, partito e famiglia risultano strettamente intrecciati.
Nel breve periodo la strategia potrebbe garantire stabilità, grazie a un’opposizione indebolita da arresti, esilio e revoca della cittadinanza. Nel lungo termine, però, l’assenza di reali canali di alternanza politica rischia di aggravare le tensioni interne e rendere più difficile la gestione di eventuali crisi.
Anche sul piano economico il Nicaragua potrebbe pagare un prezzo elevato. Il Paese continua a dipendere dalle esportazioni, dagli investimenti esteri e dalle rimesse degli emigrati, mentre il deterioramento dei rapporti con Stati Uniti e Paesi dell’area aumenta il rischio di nuove sanzioni. I legami con Cina e Russia offrono un sostegno politico e finanziario, ma non sono sufficienti a compensare il peso del mercato nordamericano.
L’isolamento internazionale si è accentuato dopo l’uscita del Nicaragua dall’Organizzazione degli Stati Americani e le critiche rivolte da Washington e da diversi governi della regione. Ortega continua però a utilizzare queste pressioni per rafforzare la narrativa di un Paese assediato da potenze straniere, presentando la stretta interna come una necessità per garantire la sicurezza nazionale.
Con questa riforma il Nicaragua si avvia verso un sistema in cui il voto rimane formalmente in vigore, ma la possibilità di un’effettiva alternanza politica appare sempre più limitata, consolidando il controllo del presidente sulle istituzioni del Paese.












