
di Giuseppe Gagliano –
Il 26 luglio 2023 il rovesciamento di Mohamed Bazoum da parte della guardia presidenziale guidata dal generale Abdourahamane Tiani apre una frattura che non è solo politica. In pochi mesi Niger perde gli appoggi occidentali, si isola e cerca ossigeno altrove. La giunta chiude o riduce gli accordi militari con la Francia e poi con gli Stati Uniti, lasciando un vuoto che attira nuovi protettori: Iran, Russia, Cina. È in quel vuoto che nasce l’accordo più rivelatore: trecento tonnellate di concentrato di uranio in cambio di sostegno militare, riconoscimento politico e finanziamenti. Sicurezza contro risorse. Ma con un rapporto di forza che non è paritario.
L’interesse iraniano per l’uranio nigerino non spunta dal nulla. Già nel 2013 Mahmoud Ahmadinejad va a Niamey mentre il Niger cerca di ridurre la dipendenza da Areva (poi divenuta Orano). Dopo il 2023, però, la dinamica accelera perché la fragilità del Niger rende possibile ciò che prima era troppo rischioso.
La penetrazione iraniana segue un copione paziente, a strati. Prima la diplomazia, con visite ad alto livello e appoggio dichiarato alla giunta. Poi la dimensione culturale, tramite strutture ufficiali che alimentano un discorso sovranista e antioccidentale, utile a legittimare il nuovo potere. Infine il tassello decisivo: la sicurezza. Accordi, comitati congiunti, formazione, consulenza. È l’inserimento nelle istituzioni che conta più della foto di rito: quando l’assistenza entra nei meccanismi di frontiera, nel contrasto al terrorismo, nella circolazione del riservato, diventa difficile da espellere senza pagare un prezzo.
Il punto sensibile è il programma nucleare iraniano. Se Teheran vuole continuità, ha bisogno di uranio naturale in quantità. Sotto sanzioni, estrarre e trattare minerale povero diventa costoso e lento. L’uranio nigerino, più ricco e disponibile, è una scorciatoia strategica. Le trecento tonnellate di concentrato di uranio non sono una merce come le altre: sono un’opzione di potenza. E quando la merce diventa opzione, il baratto smette di essere commerciale.
Qui nasce un precedente pericoloso: un mercato grigio, dove la materia prima nucleare entra in transazioni opache tra Stati isolati o sotto embargo. Non serve che l’intesa sia firmata in pubblico: basta che funzioni.
La Russia non appare come spettatrice. Con il suo “Corpo d’Africa” mette un sigillo di sicurezza al regime, riducendo il rischio che un colpo interno faccia saltare accordi sensibili. In cambio, consolida la propria architettura nel Sahel, anche attraverso attori industriali come Rosatom. La convergenza con Teheran è pratica: stessa retorica contro le “ingerenze”, stesso uso del tempo, stessa abilità nel lavorare nelle zone grigie. Oggi cooperazione, domani possibile frizione: se la risorsa non basta per le ambizioni di entrambi, la competizione può riemergere.
Per il Niger il baratto sembra offrire stabilità immediata. Ma la stabilità comprata così ha un costo ricorrente: dipendenza tecnologica, addestrativa, logistica. Droni, sistemi di comunicazione, manutenzione, aggiornamenti: senza il fornitore, l’apparato si spegne. È un guinzaglio moderno, fatto di pezzi di ricambio e di competenze.
Per l’Iran l’operazione è un vantaggio economico e strategico insieme. Anche se il prezzo nominale del concentrato resta “di mercato”, la vera rendita sta nella riduzione dei costi di aggiramento delle sanzioni e nella certezza delle forniture. Per Mosca, invece, sicurezza e risorse diventano un’unica partita: influenza in cambio di accesso.
Questo schema è riproducibile perché si adatta a contesti instabili: promette protezione rapida, senza condizioni politiche, e si alimenta con la narrativa della sovranità ferita. Funziona soprattutto dove lo Stato cerca sopravvivenza più che riforme. In quella cornice, la sicurezza non è un bene pubblico: è una moneta di scambio.
L’estromissione di Orano segue la logica del soffocamento: permessi revocati, controllo operativo eroso, nazionalizzazione giustificata come “sovranità”. Le controversie presso ICSID diventano rumore di fondo: se manca la forza per far rispettare i contratti, l’arbitrato resta una carta. È una guerra giudiziaria capovolta: non si usa il diritto per proteggere investimenti, si usa la sovranità per rendere il diritto irrilevante.
E qui sta il cuore geoeconomico del caso: la materia prima non è più inserita in una catena di valore regolata, ma diventa valuta politica tra potenze e regimi fragili. Il Niger scambia autonomia con stabilità, ma il saldo finale rischia di essere un protettorato funzionale, dove la risorsa finanzia la sicurezza e la sicurezza garantisce l’estrazione.
Ogni volta che emergono indiscrezioni, Niamey nega l’accordo formale ma lascia intendere contatti avanzati. È una tecnica utile: mantiene margini diplomatici, complica eventuali azioni legali, misura le reazioni internazionali con “prove aperte” controllate. Ma intanto il processo va avanti, perché l’ambiguità è parte dell’operazione.
Il precedente Iran–Niger, in fondo, non racconta solo un baratto. Racconta un ordine in cui la sicurezza si compra con le risorse, e le risorse diventano il modo più rapido per cambiare alleanze, scavalcare regole e riscrivere gerarchie.











