di Giuseppe Gagliano –
Il rapimento di 25 studentesse nello Stato di Kebbi è l’ennesimo capitolo di una tragedia che la Nigeria non riesce a fermare. Mentre l’esercito avvia ricerche “giorno e notte”, il quadro che emerge è quello di un Paese dove bande criminali, jihadisti, milizie locali e politici senza scrupoli convivono in un equilibrio instabile, trasformando intere regioni in zone fuori controllo. Per decenni si è parlato del terrorismo di Boko Haram, ma oggi la minaccia è più complessa: gruppi armati fluidi, nati da conflitti per la terra, si trasformano in macchine di rapimento ed estorsione che colpiscono scuole, villaggi e mezzi di trasporto.
Erano le quattro del mattino quando gli assalitori sono arrivati alla Government Girls Secondary School di Maga. Moto, fucili, movimenti rapidi: tutto suggerisce un’azione preparata nei dettagli. Prima gli spari con la polizia, poi la fuga delle ragazze trascinate oltre il recinto. Il vicedirettore Hassan Makuku viene ucciso in casa sua, davanti alla moglie che tenta di opporsi e viene trascinata fuori, per poi essere lasciata andare quando i rapitori si accorgono della presenza della figlia. Quel breve incrocio di violenza, paura e casualità racconta bene come queste bande agiscano: senza ideologia, ma con una spietatezza che nasce dalla certezza dell’impunità.
Due studentesse riescono a fuggire. Una percorre da sola chilometri di foresta, arrivando a casa ore dopo. L’esercito e la polizia setacciano l’area, mentre il governatore dello Stato di Kebbi promette che “verrà fatto tutto il possibile”. Parole già sentite in un Paese dove le istituzioni sembrano sempre rincorrere il disastro.
Non è un mistero che la foresta di Zamfara sia diventata il rifugio di decine di gruppi criminali. Una zona vasta, difficile da controllare, dove i confini tra uno Stato e l’altro sono nominali. Da lì partono attacchi che colpiscono Katsina, Kaduna, Sokoto, Niger e Kebbi. Le bande – formate spesso da ex pastori nomadi in conflitto con le comunità agricole – sfruttano la geografia, la debolezza delle istituzioni e un traffico d’armi alimentato dai confini porosi.
Il rapimento di massa non è solo un modo per ottenere soldi. È un mezzo per ottenere visibilità, potere, influenza sulle comunità locali, costrette a negoziare o a scendere a patti pur di riavere i propri figli.
Da quando Boko Haram rapì quasi 300 studentesse a Chibok, il rapimento di massa è diventato una strategia ricorrente. Da allora oltre 1.500 ragazze sono state sequestrate in Nigeria. Molte vengono rilasciate a gruppi, dopo che le famiglie raccolgono riscatti impossibili. Altre spariscono per sempre, inghiottite tra matrimoni forzati, campi nella foresta o reti criminali.
Il caso di Yauri, nel 2021, è emblematico: più di 100 studentesse rapite e rilasciate a ondate in due anni. Alcune sono tornate con figli nati in cattività. È un trauma nazionale che continua a riaprirsi, e Kebbi oggi ne è la replica più recente.
Molti residenti accusano l’esercito e la polizia di non avere mezzi, armi e sostegno politico. Ma il problema è più profondo: la corruzione prosciuga i fondi destinati alla sicurezza, il contrabbando alimenta un flusso costante di armi, i processi contro i rapitori raramente arrivano a termine. Quando mancano risorse e fiducia nello Stato, le bande prosperano.
La Nigeria è la prima economia africana, ma questa forza non si traduce in stabilità. L’insicurezza colpisce il cuore del Paese: agricoltura, trasporti, scuole, comunità rurali. E mentre il Governo tenta di mostrare fermezza, la macchina statale appare lenta e frammentata.
Sullo sfondo di una tragedia già complessa, si inserisce la politica statunitense. Sostenitori del presidente Donald Trump parlano di “attacco ai cristiani”, nonostante la polizia nigeriana abbia chiarito che tutte le ragazze rapite sono musulmane. Il rappresentante repubblicano Riley Moore afferma su X che il rapimento sarebbe avvenuto in una “enclave cristiana”, alimentando la narrativa del “genocidio dei cristiani in Nigeria”, tema molto popolare nell’estrema destra americana.
Trump arriva a minacciare un intervento armato diretto, dichiarando di aver dato istruzioni al Dipartimento della Guerra per prepararsi a “possibile azione”. Parole pesanti, che incontrano il rifiuto immediato di Abuja: per la Nigeria non esiste alcun conflitto religioso sistematico che giustifichi un’ingerenza esterna. Le violenze – ricordano le autorità – colpiscono più musulmani che cristiani.
La reintroduzione della Nigeria nella lista dei Paesi “di particolare preoccupazione” per le libertà religiose aggiunge un ulteriore livello di tensione, inserendo la vicenda delle studentesse in un gioco geopolitico più grande.
La Nigeria resta un gigante dai piedi d’argilla. È un attore decisivo in Africa occidentale, influenza le dinamiche regionali e ambisce a un ruolo globale. Ma non riesce a garantire sicurezza nel proprio territorio. Ogni rapimento è insieme un fatto locale e un segnale globale: mostra come le tensioni interne, il clima politico internazionale e la fragilità delle istituzioni possano intrecciarsi in un vortice difficile da spezzare.
Le 25 ragazze di Kebbi, oggi nelle mani di uomini senza volto, sono l’immagine più cruda di un Paese che continua a lottare per offrire ai propri figli ciò che dovrebbe essere un diritto elementare: la semplice, fragile sicurezza di andare a scuola.












