Oro vs dollaro a cavallo delle tensioni internazionali

di Iacopo Bernardini

Considerato il bene rifugio per eccellenza, l’oro nei momenti di incertezza non fa che crescere di prezzo. È una tendenza riscontrata in decenni di analisi delle quotazioni, utile anche alla comprensione dell’attuale scenario economico-finanziario. Il prezzo del metallo prezioso prosegue la sua corsa al rialzo, aggirandosi intorno ai 1.500 dollari all’oncia.
L’interesse manifestato da parte degli investitori, talvolta declinato nella volontà di acquistare lingotti in oro, sembra suscitato dal senso di insicurezza che pervade l’economia a livello globale, orientando le politiche adottate dalle banche centrali.
Non mancano autorevoli proiezioni caratterizzate dal segno meno. Nelle prospettive di medio termine, a detta di Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di Union Bancaire Privée (UBP), potrebbe affermarsi la via del ribasso nella quotazione dell’oro.
La lettura dell’analista riconosce nelle posizioni lunghe sull’oro il raggiungimento di una soglia estrema, che difficilmente potrà aumentare. A favore del calo giocherebbe poi la riduzione dei rendimenti reali a lungo termine degli Stati Uniti.
Le quotazioni di oro e dollaro hanno del resto una correlazione inversa. Da una parte c’è il dollaro, ritenuto bene rifugio con un valore fortemente condizionato dalle strategie monetarie statunitensi e dagli eventi pertinenti. Dall’altra l’oro ricopre il ruolo di bene rifugio in un’altra chiave, quella di contrasto alla svalutazione monetaria.
Tradotto in termini operativi, il dollaro è un bene rifugio in circostanze in cui il panorama economico è favorevole. Se invece si palesano episodi di crisi economica e/o perdita di valore della valuta, l’oro diventa uno dei principali obiettivi degli investitori. Prendendo in considerazione le tendenze dei due beni anche nel corso degli ultimi anni, abbiamo una conferma di questo andamento generale che prevede direzioni opposte.
L’attuale condizione di debolezza delle maggiori economie del pianeta alimenta la corsa all’oro, poiché il metallo viene percepito come uno strumento adatto alla conservazione del valore nel lungo periodo.
Tra gli eventi che concorrono a questo scenario di incertezza c’è il rischio dell’invasione dell’area settentrionale della Siria da parte della Turchia, con il consenso degli Stati Uniti. Alti esponenti delle istituzioni statunitensi hanno formalizzato la strategia di non intervento.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha però accusato la potenza a stelle e strisce di non aver rispettato a pieno l’impegno di ritiro delle forze curde in Siria. L’imminente incontro con il Presidente americano Donald John Trump potrebbe fare chiarezza sul destino dei territori siriani.
Fronte, quello siriano, su cui è attivo anche il nostro Paese. È notizia degli ultimi giorni l’approvazione all’unanimità da parte delle Commissioni Difesa ed Esteri della risoluzione che dovrebbe condurre a “iniziative per completare il ritiro dei nostri militari impegnati lungo il confine turco-siriano entro la scadenza prevista”.
Sullo scacchiere internazionale altri due colossi stanno mettendo in discussione gli attuali equilibri. Cina e Russia sembrano decise a liberarsi dal dollaro, in virtù della battaglia commerciale combattuta a colpi di dazi dal Presidente Donald Trump.
Ad alimentare l’ascesa delle quotazioni dell’oro sarebbe il probabile taglio dei tassi della Federal Reserve statunitense, previsto per il mese di dicembre.