di C. Alessandro Mauceri –
Il 26 giugno 2026 è una data importante (anche se pochi l’hanno ricordato): è stato l’80esimo anniversario dell’approvazione della Carta delle Nazioni Unite, firmata a San Francisco nel 1945 da cinquanta Paesi. Entrato in vigore il 24 ottobre dello stesso anno,questo documento, nato sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale, ha rappresentato per molti decenni il tentativo più ambizioso mai realizzato di costruire un sistema globale fondato sul dialogo, sulla democrazia, sulla cooperazione e sulla soluzione pacifica delle controversie tra gli Stati.
Negli ultimi ottant’anni le Nazioni Unite hanno cercato di evitare crisi politiche, economiche e sociali, di promuovere il diritto internazionale, di sostenere processi di decolonizzazione. Hannocoordinato missioni di pace e sviluppato programmi umanitari, sanitari e di sviluppo che hanno cercato di migliorare la vita di milioni di persone. Oggi, però, proprio nel momento in cui il mondo avrebbe forse più bisogno di un organismo multilaterale forte, autorevole e al di sopra delle parti (e dei relativi interessi economici), le Nazioni Unite devono fronteggiare una delle crisi più difficili della loro storia.
A cominciare dal suo peso politico che viene loro riconosciuto. Le grandi tensioni internazionali degli ultimi anni hanno evidenziato l’incapacità delle NU di incidere realmente sulle decisioni degli Stati più potenti per difendere i più deboli. Gli interessi economici delle principali potenze mondiali (non sempre enti statali) e le pressioni che queste hanno esercitato spingendo alcuni paesi a ricorrere frequentemente al proprio diritto di veto all’interno del Consiglio di Sicurezza, hanno paralizzato iniziative diplomatiche importanti. In molti conflitti, l’ONU è stata relegata a un ruolo di osservatore. Al massimo di coordinatore degli aiuti umanitari. Ma senza avere mai la reale possibilità di esercitare quella funzione di mediazione e di prevenzione che era uno degli obiettivi pensati da fondatori (si pensi a quello che è avvenuto con UNRWA e UNIFIL).
Nell’ultimo periodo, a queste difficoltà politiche, si è aggiunta una crisi finanziaria che ormai appare cronica. Il funzionamento dell’Organizzazione dipende principalmente dai contributi degli Stati membri, ma non tutti hanno rispettato gli impegni presi in tal senso. Alcuni hanno accumulato ritardi nei pagamenti, altri si sono tirati indietro adducendo giustificazioni palesemente sbagliate quando le NU non hanno accolto le loro richieste o pressioni. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: programmi rinviati e riduzione della capacità di agire sul campo. Un esempio per tutti: l’UNHCR, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa di rifugiati e apolidi, non avrebbe fondi a sufficienza per intervenire in tutti i paesi dove è necessario farlo. E questo, paradossalmente, proprio nel momento in cui, a causa dell’aumentare dei conflitti armati, aumentano le richieste di intervento.
Ma non basta. La situazione è resa ancora più complessa dalla crescita delle responsabilità di cui le Nazioni Unite si sono fatte carico. Oltre al mantenimento della pace, oggi, le Nazioni Unite si occupano di cambiamenti climatici, emergenze sanitarie, migrazioni, sicurezza alimentare, diritti umani, sviluppo sostenibile, intelligenza artificiale, cybersicurezza e risposta alle crisi umanitarie. E ogni nuova emergenza porta alla nascita di nuovi programmi, nuove agenzie, nuovi gruppi di lavoro e nuove strutture amministrative. E costi sempre maggiori per farvi fronte.
Con il passare dei decenni, l’ONU è diventata una macchina estremamente complessa e, a volte, farraginosa. Composta da organismi, fondi, programmi e agenzie specializzate i cui mandati talvolta si sovrappongono generando criticità che rendono poco efficiente la capacità decisionale e il coordinamento interno ed efficaci le azioni intraprese. Procedure burocratiche, competenze sovrapposte e la necessità di trovare continuamente compromessi tra quasi duecento Stati membri spesso finiscono per rallentare interventi che invece richiederebbero rapidità ed prontezza di riflessi.
Tutto questo ha portato alcuni a pensare che, forse, è necessario una riforma della struttura di questo organismo (si pensi ai vari gruppi internazionali proposti come il G77, guidato dalla Cina, o il gruppo voluto da Trump per la guerra in Israele, finora rivelatosi del tutto inutile). Tra le proposte più discusse, la revisione della composizione del Consiglio di Sicurezza (le sue modalità operative, definite in base a criteri validi, forse, nell’immediato dopoguerra, oggi appaiono antidemocratici e rendono sterili le decisioni prese dalla maggior parte dei paesi membri). Limitazione dell’uso del diritto di veto in presenza di gravi crisi umanitarie, maggiore stabilità dei finanziamenti e una semplificazione delle strutture amministrative appaiono ogni giorno che passa sempre più necessarie. Cambiamenti che richiederebbero, da parte di alcuni Stati, la rinuncia dei privilegi che finora li hanno aiutati a governare il mondo. Questo rende ogni riforma praticamente inattuabile.
L’80esimo anniversario della Carta delle Nazioni Unite rappresenta molto più di una semplice ricorrenza storica: è l’occasione per interrogarsi sul futuro del multilateralismo (e della democrazia) in un mondo sempre più frammentato, nel quale le sfide globali, dai conflitti armati al cambiamento climatico, dalle pandemie alle nuove tecnologie, non possono essere affrontate efficacemente dai singoli Stati.
In questo scenario complesso, le Nazioni Unite restano l’unica organizzazione universale nella quale quasi tutti i paesi del mondo possono confrontarsi e cercare soluzioni comuni (nella speranza, poi, di rispettare queste decisioni all’interno dei propri confini). Gli ideali contenuti nella Carta firmata ottant’anni fa conservano ancora oggi tutta la loro attualità.
Il problema è trovare gli strumenti politici e istituzionali per tradurli in un’azione efficace per il prossimo futuro. E soprattutto, trovare un modo per costringere i singoli Stati (poco importa quanto grandi e potenti) ad accettare le decisioni prese, democraticamente, dalla maggior parte dei paesi membri.












