Pakistan. 166 condanne per terrorismo al partito di Imran Khan

di Giuseppe Gagliano

Nel Pakistan del 2025 le aule dei tribunali si sono trasformate in strumenti del potere politico. La condanna di 166 membri del Pakistan Tehreek-e-Insaf (PTI), il partito fondato e guidato da Imran Khan, è solo l’ultimo episodio di una lunga serie di processi che mostrano con chiarezza la strategia in atto: marginalizzare l’opposizione attraverso la forza giudiziaria e mantenere un controllo saldamente in mano all’establishment militare.
Il 31 luglio, un tribunale antiterrorismo ha inflitto fino a dieci anni di carcere a decine di parlamentari, dirigenti e sostenitori del PTI, accusati di aver preso parte alle rivolte del maggio 2023. Secondo l’accusa, quegli atti di protesta rappresentano un attacco diretto all’esercito e alle istituzioni. Secondo il partito di Khan, si tratta invece di una “operazione sotto falsa bandiera”, orchestrata per giustificare la repressione. La verità, come spesso accade in contesti autoritari mascherati da democrazie elettorali, è probabilmente sepolta sotto la propaganda.
Imran Khan, in carcere da quasi due anni, è ormai la figura più divisiva della politica pakistana. Caduto nel 2022 sotto il peso di un voto di sfiducia che i suoi sostenitori considerano “telecomandato” dai vertici militari, è oggi accusato di tutto: corruzione, terrorismo, diffusione di segreti di Stato. Le accuse più gravi sono state in parte rigettate, ma il sistema giudiziario continua a produrre verdetti punitivi. Il fatto che la censura del suo nome in TV sia ancora in vigore, e che anche i suoi familiari siano presi di mira, dimostra che la posta in gioco va oltre la semplice alternanza politica.
La strategia del potere pakistano appare chiara: creare un precedente che giustifichi l’eliminazione sistematica del dissenso. Le condanne contro il PTI si moltiplicano, il partito perde parlamentari e il vuoto istituzionale che si apre viene riempito da forze fedeli all’esercito o al partito al governo, la Pakistan Muslim League-Nawaz. Si tratta, di fatto, di una restaurazione mascherata. Ma ogni restaurazione, per durare, ha bisogno del silenzio delle piazze. E su questo punto il piano del potere potrebbe incrinarsi.
Il 5 agosto, data simbolica che segna il secondo anniversario dell’arresto di Khan, il PTI ha annunciato nuove proteste. L’arrivo dei figli dell’ex primo ministro da Londra è stato accolto con allarmi e minacce da parte delle autorità. Ma se la repressione giudiziaria serve a colpire l’organizzazione politica, la protesta di piazza cerca di mantenere viva la legittimità popolare. È una partita a doppio binario, dove tribunali e slogan si contendono l’anima della nazione.
Dal punto di vista geopolitico, quanto accade in Pakistan interessa ben oltre i suoi confini. Parliamo di uno Stato dotato di armi nucleari, collocato nel cuore dell’Asia meridionale, e al centro di relazioni complesse con Cina, India, Stati Uniti e Golfo Persico. La stabilità interna è percepita come prioritaria da tutti gli attori regionali, anche a costo di chiudere un occhio sulle derive autoritarie. Ma questa “stabilità repressiva” rischia di produrre l’effetto opposto, alimentando un ciclo di proteste e radicalizzazione.
Il sistema giudiziario pakistano, in teoria autonomo, si è trasformato in un braccio operativo del potere politico-militare. I tribunali militari che processano civili, la censura dei media, l’incarcerazione sistematica dei leader di opposizione: tutti segnali di una democrazia formale che sta diventando, nei fatti, una struttura autoritaria. Non a caso, persino organizzazioni internazionali che hanno spesso mantenuto una linea prudente, iniziano ora a esprimere preoccupazione.
La repressione potrebbe rafforzare i militari sul breve periodo, ma difficilmente potrà spegnere la tensione sociale che si sta accumulando. Le nuove generazioni, più connesse e meno deferenti verso l’autorità, vedono in Khan un simbolo di riscatto e rottura. Se il 5 agosto la mobilitazione sarà ampia e pacifica, il potere sarà costretto a scegliere: continuare sulla strada della forza, o aprire uno spiraglio di dialogo. In entrambi i casi, sarà un momento di verità per il Pakistan.