di Giuseppe Gagliano –
L’apertura di colloqui tra Pakistan e Bangladesh per la vendita dei caccia JF-17 Thunder e per un più ampio patto di cooperazione militare va letta come qualcosa di più di una normale transazione industriale. Islamabad sta cercando di trasformare la propria industria della difesa in uno strumento di politica estera, capace di produrre influenza strategica e, al tempo stesso, di alleviare una cronica fragilità economica.
Il JF-17, sviluppato insieme alla Cina, è diventato negli ultimi anni la colonna portante dell’aeronautica pakistana e il simbolo di un’ambizione più ampia: passare da importatore strutturale di armamenti a fornitore regionale. L’offerta a Dhaka non riguarda solo il velivolo, ma un “pacchetto” completo che include addestramento, supporto logistico e fornitura rapida di aerei scuola, costruendo una dipendenza tecnica e operativa di lungo periodo.
Dal punto di vista economico, l’export militare viene presentato dal governo come una possibile via d’uscita dall’assistenza del Fondo Monetario Internazionale. È una narrazione ottimistica, forse eccessiva, ma significativa: l’industria bellica è ormai percepita come uno dei pochi settori in grado di generare valuta, posti di lavoro qualificati e prestigio internazionale.
Sul piano strategico-militare, la mossa pakistana si inserisce nel solco del confronto con l’India. Dopo gli scontri del 2025, Islamabad sfrutta la visibilità ottenuta dalla propria aeronautica per dimostrare che i sistemi d’arma nazionali sono “combat-proven”, affidabili e pronti all’uso. Fornire caccia a un Paese come il Bangladesh significa anche inserirsi negli equilibri del Golfo del Bengala, area sempre più sensibile per Nuova Delhi.
Per Dhaka, l’eventuale acquisizione dei JF-17 offrirebbe un’alternativa ai tradizionali fornitori occidentali e un parziale riequilibrio delle proprie capacità aeree, in un contesto regionale caratterizzato da una crescente militarizzazione.
Il dialogo militare è inseparabile dal mutato contesto politico bangladese. Dopo la caduta del governo di Sheikh Hasina e la fase di transizione guidata da Muhammad Yunus, Dhaka ha avviato una prudente diversificazione delle alleanze, raffreddando i rapporti con Nuova Delhi e riaprendo canali con Islamabad chiusi dal 1971. In questo senso, la cooperazione militare diventa il segnale più visibile di una normalizzazione storica.
Per il Pakistan, l’intesa con il Bangladesh è un tassello di una strategia più ampia che intreccia industria della difesa, diplomazia e posizionamento geopolitico. Per il Bangladesh, è l’occasione di ridefinire il proprio profilo strategico in Asia meridionale. Sullo sfondo, resta la Cina, partner tecnologico silenzioso ma decisivo, e l’India, osservatore inevitabilmente inquieto. In gioco non c’è solo la vendita di un caccia, ma la ridefinizione di un equilibrio regionale ancora fragile.












