Pakistan. Beluchistan: attaccati treno con personale di sicurezza, 24 morti

di Giuseppe Gagliano –

L’attentato del 24 maggio contro un treno navetta che trasportava personale di sicurezza pakistano e familiari nella provincia del Beluchistan conferma che il conflitto separatista baluci resta una delle principali ferite interne del Pakistan. L’esplosione vicino ai binari ferroviari di Quetta, con almeno 24 morti e circa 70 feriti, ha colpito un obiettivo simbolico: un convoglio legato all’apparato di sicurezza in una città che rappresenta il controllo dello Stato sulla provincia.
La rivendicazione del Baloch Liberation Army conferma la natura politica e militare dell’azione. Il gruppo separatista ha voluto dimostrare che Islamabad non controlla pienamente il territorio, che le infrastrutture restano vulnerabili e che nemmeno il personale di sicurezza può considerarsi al riparo. La scelta di colpire un treno mostra capacità operative, intelligence locale e volontà di escalation.
Il Balochistan è la provincia più vasta del Pakistan, ma anche una delle più povere e instabili. Ricca di gas, minerali, rame, oro e carbone, confina con Iran e Afghanistan e ospita snodi strategici fondamentali, tra cui il porto di Gwadar, centrale nei piani del corridoio economico tra Cina e Pakistan. Proprio questa combinazione di risorse, posizione geografica e marginalizzazione politica rende la regione esplosiva.
Da decenni i movimenti nazionalisti baluci denunciano sfruttamento delle risorse locali, repressione, militarizzazione e scarsa redistribuzione della ricchezza. Islamabad considera invece il separatismo una minaccia all’integrità territoriale e accusa spesso attori esterni, in particolare India e Afghanistan, di sostenerlo o strumentalizzarlo. Il risultato è una guerra a bassa e media intensità che periodicamente torna a livelli elevati di violenza.
L’attacco al treno arriva dopo una serie di episodi gravi. Nel marzo 2025 il dirottamento del Jaffar Express da parte del BLA aveva segnato un salto qualitativo, con centinaia di ostaggi e decine di morti. All’inizio del 2026 nuove offensive coordinate avevano provocato quasi 50 vittime, seguite da una dura risposta delle forze pakistane. Ma la repressione militare, pur colpendo le reti armate, non sembra riuscire a chiudere il conflitto.
Dal punto di vista militare, l’attentato dimostra la capacità dei separatisti di colpire bersagli mobili e sensibili. Attaccare un treno richiede conoscenza dei percorsi, tempi di passaggio, vulnerabilità del terreno, esplosivi e reti di supporto. Le infrastrutture diventano così teatro di guerra: ferrovie, strade, gasdotti, cantieri, convogli e impianti energetici sono strumenti dello Stato, ma anche obiettivi naturali per chi contesta il controllo di Islamabad.
L’effetto psicologico è altrettanto importante. Colpire un convoglio con personale di sicurezza e familiari significa logorare la fiducia dello Stato nella propria capacità di proteggere uomini, famiglie e infrastrutture. In una guerra asimmetrica, il BLA non punta a sconfiggere militarmente l’esercito pakistano, ma a rendere instabile e costoso il controllo della provincia.
La posta economica è enorme. Il Beluchistan è il cuore dei progetti infrastrutturali legati al corridoio economico sino-pakistano. Gwadar rappresenta per Pechino una proiezione verso il Mar Arabico e l’Oceano Indiano, mentre per Islamabad è il simbolo della trasformazione del Pakistan in piattaforma commerciale eurasiatica. Ogni attentato, però, aumenta i costi della sicurezza, rallenta gli investimenti e indebolisce la credibilità dello sviluppo promesso.
La crisi ha anche una dimensione regionale. Il confine con Iran e Afghanistan rende il Balochistan un’area attraversata da traffici, reti tribali, milizie e rivalità di intelligence. Teheran teme il contagio del nazionalismo baluci nella propria provincia del Sistan e Baluchestan, mentre l’Afghanistan talebano resta un retroterra instabile. La Cina, dal canto suo, osserva con preoccupazione ogni attacco che possa minacciare i propri investimenti e la sicurezza del corridoio economico.
Islamabad risponderà probabilmente con nuove operazioni militari, arresti, controlli e misure di sicurezza rafforzate. Ma il nodo strategico resta politico. Una risposta esclusivamente securitaria può eliminare cellule e comandanti, ma non ricostruisce il rapporto tra lo Stato pakistano e una popolazione che continua a percepire il proprio territorio come sfruttato, militarizzato e marginalizzato.
Il rischio è una spirale senza uscita: attentato, repressione, radicalizzazione e nuovo attentato. Una dinamica che consuma risorse, indebolisce l’immagine internazionale del Pakistan e rende più fragile anche il rapporto con gli investitori stranieri.
L’attacco di Quetta dimostra quindi che il Beluchistan non è una periferia, ma uno dei punti più sensibili dell’Asia meridionale. Il Pakistan può vincere singole battaglie contro il BLA, ma non potrà chiudere davvero la guerra finché non trasformerà la provincia da frontiera militare a componente riconosciuta del proprio patto nazionale. Fino ad allora, ogni ferrovia, porto, miniera e convoglio resteranno esposti non solo agli esplosivi, ma alla contraddizione più profonda dello Stato pakistano: voler usare il Balochistan come chiave della propria potenza senza averlo davvero integrato.