di Giuseppe Gagliano –
La frontiera tra Pakistan e Afghanistan torna a infiammarsi e segna il passaggio da una crisi episodica a uno scontro strutturale destinato a durare. Con la fine della tregua legata al Ramadan, Islamabad ha riavviato le operazioni militari, trasformando il confine in un teatro permanente di pressione e chiarendo di voler imporre con la forza una nuova strategia di sicurezza.
Per il Pakistan, la questione afghana non è più un problema di instabilità locale ma una minaccia diretta. Secondo Islamabad, gruppi armati islamisti trovano rifugio oltre confine e operano con continuità contro il Paese. Da qui la scelta di colpire non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture e reti logistiche ritenute legate al terrorismo. Kabul respinge le accuse e denuncia vittime civili, ma la realtà sul terreno è chiara: il confine è tornato zona di guerra.
Il deterioramento dei rapporti affonda le radici in una tensione mai risolta. Per anni il Pakistan ha cercato di influenzare l’Afghanistan per garantirsi profondità strategica, ma oggi si trova a fronteggiare proprio da lì una minaccia che considera esistenziale. L’ascesa dei talebani non ha stabilizzato la situazione, anzi ha aumentato l’ambiguità. Islamabad si aspettava un contenimento dei gruppi ostili, ma accusa Kabul di non voler o non poter interrompere i legami con le reti jihadiste.
Sul piano militare, il Pakistan ha adottato una linea più aggressiva, puntando su operazioni preventive e incursioni in profondità. La superiorità convenzionale, soprattutto aerea e di artiglieria, consente di colpire duramente ma non garantisce una soluzione politica. Il territorio afghano resta permeabile e intrecciato a reti tribali e gruppi armati, rendendo difficile una stabilizzazione duratura.
Le conseguenze si fanno sentire anche sul piano economico. La chiusura dei valichi blocca il commercio e colpisce duramente l’Afghanistan, già segnato da isolamento e crisi umanitaria. I principali passaggi di frontiera, come Torkham, sono snodi vitali: quando si fermano, si interrompono non solo i traffici ma interi sistemi di sopravvivenza locali. Per il Pakistan il costo è più contenuto, ma cresce il rischio di instabilità lungo il confine.
A complicare il quadro c’è la questione dei rifugiati. Islamabad ha avviato espulsioni di massa, collegando la presenza afghana a problemi di sicurezza interna. Una scelta che assume i contorni di una pressione geopolitica e che rischia di aggravare la crisi. Il rientro forzato di centinaia di migliaia di persone potrebbe infatti alimentare nuove tensioni sociali e favorire il reclutamento da parte dei gruppi radicali.
Anche la diplomazia regionale mostra i suoi limiti. I tentativi di mediazione di Turchia, Qatar e Arabia Saudita hanno prodotto solo pause temporanee. Senza garanzie concrete e con interessi di sicurezza percepiti come vitali, il dialogo resta fragile e intermittente.
Il Pakistan non sta conducendo semplici operazioni di risposta, ma tenta di ridefinire con la forza i rapporti con l’Afghanistan talebano. Una strategia che rischia di trasformare il confine in un conflitto permanente. In una regione segnata da fratture storiche, etniche e ideologiche, la riaccensione delle ostilità difficilmente sarà breve.












