Pakistan. La crisi del TTP riaccende la guerra silenziosa alla frontiera con l’Afghanistan

di Giuseppe Gagliano –

Il trasferimento della leadership del Tehrik-e Taliban Pakistan lontano da Kabul non risolve la crisi tra Pakistan e Afghanistan. La sposta. Ed è proprio questo il nodo strategico che agita l’Asia centrale e meridionale: i conflitti raramente vengono chiusi, più spesso vengono allontanati dalle capitali e confinati nelle aree tribali e montuose dove il controllo statale resta fragile.
Il TTP, i talebani pakistani, continua a rappresentare una delle principali minacce alla sicurezza interna del Pakistan. Islamabad accusa da tempo il governo talebano afghano di tollerare o non contrastare realmente la presenza del gruppo sul territorio afghano. Da qui sono nate incursioni aeree pakistane, rappresaglie dei talebani afghani e una crescente tensione lungo una delle frontiere più instabili del mondo.
L’ordine impartito ai vertici del TTP di lasciare Kabul appare soprattutto come una misura di contenimento diplomatico. Non equivale a un disarmo né a una rottura tra i talebani afghani e quelli pakistani. È piuttosto un segnale inviato a Islamabad: Kabul vuole evitare uno scontro diretto con il Pakistan, ma non intende trasformarsi apertamente nel braccio operativo pakistano contro un movimento jihadista con cui condivide storia, ideologia e reti tribali.
Il dato più rilevante riguarda però la sede dei colloqui: Urumqi, in Cina. La mediazione tra funzionari cinesi, pakistani e afghani dimostra quanto Pechino consideri ormai la stabilità dell’area una questione direttamente collegata ai propri interessi strategici.
Per la Cina il Pakistan rappresenta un partner chiave, fondamentale per il corridoio economico sino-pakistano e per la proiezione verso l’Oceano Indiano. L’Afghanistan, invece, è al tempo stesso una minaccia e un’opportunità: minaccia se ospita gruppi radicali capaci di destabilizzare lo Xinjiang o colpire interessi cinesi, opportunità se integrato nei progetti commerciali e infrastrutturali guidati da Pechino.
La scelta di Urumqi non è casuale. La capitale dello Xinjiang è il centro più sensibile della sicurezza cinese rispetto ai movimenti islamisti e ai confini occidentali. Convocare lì i negoziati significa ribadire che Pechino non osserva più la crisi afghano-pakistana da spettatrice, ma da potenza direttamente coinvolta.
Islamabad si trova oggi intrappolata nelle conseguenze della propria strategia regionale. Per anni il Pakistan ha sostenuto il movimento talebano afghano come strumento di influenza su Kabul e come elemento di contenimento dell’India. Ma il ritorno dei talebani al potere non ha prodotto una frontiera più sicura. Al contrario, ha offerto nuova profondità operativa ai talebani pakistani.
Il TTP continua a colpire forze di sicurezza, installazioni militari e istituzioni pakistane. Per Islamabad si tratta di una minaccia diretta alla sovranità nazionale. Gli attacchi aerei oltre confine nascono proprio dalla convinzione che Kabul non stia agendo con sufficiente durezza contro il gruppo.
Anche i talebani afghani, però, si trovano davanti a un dilemma strategico. Reprimere apertamente il TTP rischierebbe di incrinare i rapporti con le componenti più radicali del movimento. Proteggerlo troppo potrebbe invece provocare uno scontro con il Pakistan. Per questo Kabul sembra aver scelto una linea intermedia: spostare i militanti, ridurne la visibilità politica e guadagnare tempo senza arrivare a una rottura definitiva.
Dal punto di vista militare, il trasferimento della leadership del TTP non riduce necessariamente la capacità operativa del gruppo. Le organizzazioni jihadiste attive lungo il confine afghano-pakistano sono abituate alla mobilità, alla dispersione territoriale e all’utilizzo delle aree montuose come rifugi naturali.
La frontiera tra Afghanistan e Pakistan resta infatti quasi impossibile da controllare. I confini statali non coincidono con le appartenenze tribali, le reti familiari attraversano le montagne e il controllo permanente del territorio da parte degli Stati rimane limitato.
Per Islamabad il problema quindi resta irrisolto: finché il TTP continuerà a disporre di basi e protezione in Afghanistan, la controinsurrezione pakistana resterà incompleta. E finché Kabul non sarà disposto a eliminarlo definitivamente, il Pakistan continuerà a oscillare tra diplomazia, pressione militare e raid oltre frontiera.
La questione riguarda anche la sicurezza economica della Cina. Ogni escalation jihadista mette a rischio infrastrutture, oleodotti, strade, centrali energetiche e investimenti collegati al corridoio economico sino-pakistano. Pechino teme che l’instabilità possa compromettere miliardi di dollari di progetti strategici e rafforzare la vulnerabilità della propria proiezione verso il Mar Arabico.
Anche l’India segue con attenzione l’evoluzione della crisi. Un Pakistan impegnato sul fronte occidentale rappresenta un vantaggio strategico per Nuova Delhi, ma un’escalation incontrollata potrebbe destabilizzare ulteriormente l’intera regione. Allo stesso tempo, il rafforzamento della presenza diplomatica cinese tra Kabul e Islamabad viene osservato con crescente preoccupazione.
La crisi del TTP mostra infine la fragilità della sovranità su entrambi i lati della frontiera. Il Pakistan possiede uno degli apparati militari più potenti della regione, ma non riesce a neutralizzare una militanza radicata nelle aree periferiche. I talebani afghani governano formalmente Kabul, ma devono ancora convivere con reti jihadiste nate dallo stesso universo ideologico da cui essi stessi provengono.
Il trasferimento dei leader del TTP rappresenta quindi una tregua fragile costruita più sulla paura che sulla fiducia. Kabul teme nuovi bombardamenti pakistani, Islamabad teme una guerra aperta con i talebani afghani, mentre la Cina teme che il caos possa travolgere i propri corridoi strategici.
La domanda decisiva resta una sola: i talebani afghani sono davvero disposti a rompere con il TTP? Per ora la risposta sembra negativa. Kabul appare pronta a contenerlo e a limitarne la visibilità, ma non a distruggerlo. Ed è proprio questa ambiguità a mantenere aperta una delle crisi più pericolose dell’Asia contemporanea.