Pakistan. Munir riporta Islamabad al centro tra Usa e Iran

di Daniele Di Vuono

Il tentativo di mediazione del Pakistan nei colloqui tra Stati Uniti e Iran non è soltanto un passaggio diplomatico nella crisi mediorientale. È anche il segnale di un possibile mutamento nel ruolo internazionale di Islamabad. Per anni il Pakistan è stato osservato soprattutto attraverso le sue fragilità: instabilità politica, peso dei militari, tensione permanente con l’India, rapporto complesso con l’Afghanistan, dipendenza economica dall’esterno e condizione di potenza nucleare inserita in un contesto regionale instabile. Oggi, invece, proprio quella posizione ibrida sembra consentire a Islamabad di proporsi come interlocutore utile in uno dei dossier più sensibili della sicurezza globale.
Il ruolo del Field Marshal Asim Munir, capo dell’esercito pakistano, va letto dentro questa cornice. Non si tratta soltanto della visita a Teheran del principale esponente dell’apparato militare pakistano o del tentativo di facilitare un’intesa tra Washington e la Repubblica islamica. La sua esposizione diplomatica mostra la natura reale del potere pakistano: in Pakistan la politica estera non passa solo dal governo civile, ma anche, e spesso soprattutto, dall’apparato militare. Quando Munir si muove, non rappresenta soltanto una catena di comando. Rappresenta uno dei centri di gravità dello Stato pakistano.
La crisi tra Stati Uniti e Iran offre a Islamabad una finestra di opportunità. Washington può trovare utile un canale capace di parlare con Teheran senza apparire troppo esposta. L’Iran, a sua volta, può considerare il Pakistan un interlocutore non occidentale, musulmano, vicino geograficamente e meno compromesso rispetto ad altri mediatori regionali. Islamabad si colloca così in uno spazio intermedio: non è una potenza neutrale in senso pieno, ma può presentarsi come attore abbastanza vicino alle parti da risultare utile e abbastanza esterno da non essere percepito come parte diretta del confronto.
Il punto decisivo non è stabilire se il Pakistan possa davvero produrre da solo un accordo. Nessuna mediazione di questo tipo dipende da un solo paese. I nodi del negoziato restano complessi: il programma nucleare iraniano, le garanzie richieste da Washington, il ruolo dello Stretto di Hormuz, le sanzioni, la sicurezza di Israele, il peso delle milizie regionali, la tenuta interna del sistema politico iraniano. Tuttavia, il fatto che Islamabad abbia assunto un ruolo visibile indica che il Pakistan sta cercando di trasformare la propria posizione geografica e strategica in capitale diplomatico.
Questa trasformazione nasce da una condizione particolare. Il Pakistan non appartiene pienamente a un solo quadrante geopolitico. È una potenza dell’Asia meridionale, ma guarda al Golfo. È legato storicamente alla Cina, ma non può permettersi di rompere con gli Stati Uniti. Ha un rapporto difficile con l’India, ma cerca profondità anche verso l’Iran, l’Afghanistan e l’Asia centrale. Possiede l’arma nucleare, ma resta economicamente fragile. Questa ambiguità, che spesso ha rappresentato un limite, può diventare in alcune fasi una risorsa.
Per Washington, il Pakistan offre un canale con caratteristiche difficili da replicare. Non ha il profilo di un alleato occidentale, non appartiene al sistema arabo del Golfo, non è direttamente coinvolto nel confronto israelo-iraniano e dispone di un apparato di sicurezza abituato a muoversi tra crisi, frontiere instabili e negoziati informali. Gli Stati Uniti conoscono bene anche i rischi di questa relazione: la storia dei rapporti tra Washington e Islamabad è fatta di cooperazione, sospetto, dipendenza e frustrazione reciproca. Proprio per questo, però, il canale pakistano non nasce da un’illusione di fiducia piena, ma da una valutazione di utilità.
Per Teheran, il Pakistan rappresenta un interlocutore diverso rispetto ai mediatori arabi. L’Iran condivide con Islamabad un confine delicato, attraversato da problemi di sicurezza, traffici, minoranze e instabilità. I due paesi non sono alleati, ma non possono ignorarsi. In una fase di pressione militare, economica e diplomatica, Teheran può trovare utile un attore musulmano non arabo, dotato di relazioni con Washington ma non identificato completamente con l’Occidente. Anche questo elemento aumenta il valore potenziale della mediazione pakistana.
Il ruolo di Asim Munir va però oltre il singolo dossier iraniano. La sua centralità segnala anche la volontà dell’esercito pakistano di presentarsi come garante della proiezione internazionale del paese. In un sistema politico fragile, dove i governi civili faticano spesso a costruire continuità strategica, l’apparato militare offre all’esterno l’immagine di un interlocutore stabile. Questo rafforza la posizione di Munir, ma conferma anche una caratteristica strutturale del Pakistan: la diplomazia di sicurezza tende a prevalere sulla diplomazia politica.
Il tentativo di mediazione con l’Iran può servire anche alla politica interna pakistana. Permette all’establishment militare di mostrarsi indispensabile non solo nella sicurezza nazionale, ma anche nel riconoscimento internazionale del paese. In un momento in cui Islamabad deve gestire difficoltà economiche, rapporti complessi con il Fondo monetario internazionale, tensioni sociali e competizione con l’India, apparire come mediatore in una crisi globale offre una forma di prestigio e legittimazione. Il Pakistan può presentarsi non più soltanto come problema da contenere, ma come attore potenzialmente utile alla stabilità regionale.
C’è poi il fattore India. Ogni rafforzamento del profilo internazionale pakistano viene letto anche in relazione a Nuova Delhi. Negli ultimi anni l’India ha consolidato il proprio peso come partner strategico degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, anche in funzione di contenimento della Cina. Il Pakistan, legato a Pechino ma interessato a mantenere canali con Washington, cerca uno spazio alternativo: non può competere con l’India sul terreno economico o demografico, ma può provare a rendersi utile nei dossier in cui Nuova Delhi non può o non vuole muoversi con la stessa flessibilità. La crisi iraniana è uno di questi.
La posizione pakistana resta comunque fragile. Islamabad deve evitare di apparire troppo vicina a Washington agli occhi di Teheran, ma anche troppo disponibile verso l’Iran agli occhi degli Stati Uniti e dei partner del Golfo. Deve preservare i rapporti con l’Arabia Saudita, mantenere la relazione strategica con la Cina, non compromettere i contatti con l’Occidente e gestire la propria vulnerabilità economica. La mediazione può rafforzare il Pakistan, ma può anche esporlo a pressioni incrociate se il negoziato fallisce o se una delle parti ritiene Islamabad troppo sbilanciata.
Il nodo dello Stretto di Hormuz rende la partita ancora più delicata. Non si tratta soltanto di una questione regionale, ma di un passaggio centrale per l’economia mondiale. Ogni tensione su Hormuz produce effetti sui prezzi dell’energia, sulle rotte commerciali, sui paesi importatori e sulla percezione del rischio nei mercati. Se il Pakistan riuscisse a contribuire anche solo alla riduzione della tensione su questo dossier, potrebbe accreditarsi come attore capace di incidere non solo sulla sicurezza del Medio Oriente, ma anche sulla stabilità economica globale.
Allo stesso tempo, il dossier nucleare iraniano resta il limite principale di qualsiasi mediazione. Washington non può accettare un’intesa percepita come debole sul piano della non proliferazione. Teheran non può apparire sottomessa a condizioni che ne riducano la sovranità strategica. Israele osserva il processo con diffidenza e mantiene una propria agenda di sicurezza. In questo spazio stretto, il Pakistan non può imporre una soluzione. Può però facilitare comunicazioni, ridurre incomprensioni, trasmettere proposte e offrire alle parti un canale meno esposto.
Il tentativo di mediazione di Asim Munir mostra quindi una realtà spesso sottovalutata: nella geopolitica contemporanea contano sempre di più gli attori capaci di muoversi tra più tavoli. Il Pakistan non è una grande potenza globale, ma possiede accessi, relazioni e ambiguità che in alcune crisi diventano strumenti di influenza. La sua forza non sta nella capacità di determinare da solo l’esito del negoziato, ma nel poter diventare necessario quando gli altri canali risultano insufficienti.
Per Islamabad questa è un’occasione, ma anche una prova. Se la mediazione contribuirà a un’intesa, il Pakistan potrà rivendicare un ruolo nuovo tra Asia meridionale e Medio Oriente. Se invece il processo dovesse fallire, il paese rischierebbe di confermare i limiti di una diplomazia ancora troppo dipendente dall’apparato militare e dalla gestione delle emergenze. In entrambi i casi, il dato politico resta: il Pakistan non è più soltanto il retroterra instabile dell’Asia meridionale. Sta cercando di diventare una cerniera tra crisi diverse.
Il protagonismo di Asim Munir va letto proprio qui. Non come un episodio isolato, ma come il tentativo di riportare Islamabad dentro i circuiti della diplomazia strategica. In un ordine internazionale frammentato, dove le grandi potenze faticano a parlarsi direttamente e i conflitti regionali producono effetti globali, anche gli attori imperfetti possono diventare indispensabili. Il Pakistan prova a occupare questo spazio: non abbastanza forte da imporre la pace, ma abbastanza utile da rendere più difficile ignorarlo.