di Simone Frusciante –
Mentre l’attenzione della comunità internazionale si concentra sul conflitto scaturito dagli attacchi di Stati Uniti e Israele sull’Iran avviati lo scorso 28 febbraio, seguiti dalla rappresaglia di Teheran contro le monarchie del Golfo e altri Paesi dell’area, ce n’è un altro che si sta consumando quasi inosservato, malgrado le tragiche conseguenze che ne derivano, quello tra Pakistan e Afghanistan. Solo due giorni prima dell’inizio dei raid di Washington e Tel Aviv, infatti, Islamabad aveva dichiarato che era in atto una “guerra aperta” con il suo vicino, lanciando l’operazione “Ira per la verità”.
Precedentemente, tra il 21 e il 23 febbraio, il Pakistan aveva lanciato attacchi aerei su diverse province afghane, colpendo infrastrutture legate a gruppi terroristici come il Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), i cui membri sono noti come Talebani pakistani, e lo Stato Islamico Provincia di Khorasan (ISIS-K). Il governo talebano di Kabul aveva sostenuto, tuttavia, che fossero stati coinvolti anche siti civili, con numerose vittime segnalate. In una nota ufficiale, il Pakistan aveva precisato che gli attacchi erano la risposta ai molteplici attentati verificatisi nelle settimane addietro, tra cui il più grave in una moschea della capitale, che ha provocato oltre 30 morti, rivendicato dall’ISIS-K.
Il 26 febbraio, l’Afghanistan ha annunciato l’avvio di una “operazione di rappresaglia” al confine con il Pakistan. Più di 50 soldati dell’esercito di Islamabad sono stati uccisi e molti catturati. In aggiunta, i Talebani si sono impossessati di 19 avamposti di frontiera, distruggendone altri. Alcune ore dopo, in risposta, il Pakistan ha lanciato una campagna di bombardamenti contro postazioni dei Talebani in diverse province afghane, tra cui quelle di Kabul, Kandahar, Paktika e Nangarhar, dichiarando che da quel momento tra le due nazioni era in atto una “guerra aperta”.
Da allora si è assistito a una crescente escalation delle ostilità, con un bilancio delle vittime in costante aumento da entrambi i lati. Si contano, finora, quasi 700 militanti talebani afghani eliminati e decine di altri tra le fila di gruppi come il TTP, mentre sul versante pakistano oltre 300 soldati sarebbero stati uccisi. I due Paesi, tuttavia, smentiscono tali cifre, rivedendole fortemente al ribasso, sostenendo che esse siano frutto della propaganda nemica. Drammatico anche l’impatto sui civili; in Afghanistan ne sarebbero rimasti uccisi più di 300, in Pakistan oltre 60. Infine, secondo le stime dell’UNHCR circa 115.000 civili sarebbero sfollati in Afghanistan e 3.000 in Pakistan.
L’episodio più grave della guerra fino a oggi è stato il bombardamento di una clinica di riabilitazione per persone tossicodipendenti a Kabul il 16 marzo, in cui secondo le autorità talebane avrebbero perso la vita oltre 400 civili. Il Pakistan ha smentito qualsiasi responsabilità, affermando che negli attacchi sono stati colpiti esclusivamente bersagli militari. Ciononostante, il portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid ha definito l’accaduto “un crimine contro l’umanità” e chiesto che Islamabad sia riconosciuta colpevole. Unanime la condanna anche da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, che hanno chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per accertare i fatti.
Il conflitto in corso si svolge sullo sfondo di tensioni di lunga durata tra il Pakistan e l’Afghanistan, con il governo di Islamabad che ha accusato il regime di Kabul di dare rifugio sul proprio territorio a gruppi terroristici come il TTP, l’ISIS-K e organizzazioni risalenti ai separatisti balochi, autori di violenti attacchi in Pakistan. Il 2025 è stato l’anno più sanguinoso della storia recente, in cui il numero degli attacchi e delle vittime è aumentato rispettivamente del 34% e del 21% rispetto al 2024. A sua volta, il regime talebano nega ogni responsabilità e ritiene che il Pakistan agisca al fine di imporre la propria egemonia, violando la sovranità e l’integrità territoriale afghana.
Già lo scorso mese di ottobre avevano avuto luogo ostilità tra i due vicini, le più violente da anni, che si erano attenuate con un cessate il fuoco mediato da Qatar e Turchia. Esso, tuttavia, non aveva dato origine a una interruzione definitiva del conflitto, bensì a una tregua fragile che aveva lasciato spazio a scontri a bassa intensità lungo il confine. Nei mesi a seguire, altri attori si erano inseriti nel processo di mediazione, tra cui l’Arabia Saudita, che aveva facilitato vari scambi di prigionieri, e la Cina, che dal ritorno al potere dei Talebani nel 2021, ha cercato di coinvolgere Afghanistan e Pakistan in diverse iniziative di cooperazione trilaterale, minate dalle tensioni persistenti.
Attualmente, però, la situazione è ben diversa, poiché gran parte degli Stati che avevano agito oppure si erano proposti come mediatori sono a loro volta alle prese con un conflitto che li vede coinvolti da vicino. Si pensi al Qatar e all’Arabia Saudita, così come ad altre monarchie del Golfo, oppure all’Iran, che pure in passato aveva manifestato l’interesse a mediare, tutti sotto attacco. Pechino recentemente ha di nuovo inviato il suo rappresentante speciale sia in Afghanistan che in Pakistan, ma qualsivoglia tentativo di negoziato si è rivelato vano, dovendo concludere che al momento non sussistono margini di trattativa. Il rischio concreto, quindi, è che la guerra perduri, aggravando ulteriormente l’instabilità regionale e infliggendo costi sempre più alto ai popoli di entrambi i Paesi.












