di Giuseppe Gagliano –
In Cisgiordania la sequenza degli attacchi da parte dei coloni non appare come una somma di episodi isolati, ma come una pressione continua che ridisegna la geografia umana e territoriale. Nel solo mese di gennaio si registrano migliaia di azioni tra incursioni, aggressioni, demolizioni e attacchi contro proprietà palestinesi. Decine di famiglie risultano sfollate, abitazioni e strutture vengono abbattute, nuovi ordini di demolizione si accumulano. Parallelamente emergono tentativi di creare nuovi avamposti di insediamento.
Il quadro che ne deriva non riguarda solo la sicurezza, ma il controllo dello spazio. Colpire uliveti, terreni agricoli e accessi ai campi significa incidere sui mezzi di sussistenza, quindi sulla permanenza stessa delle comunità. Quando l’economia rurale viene indebolita, la pressione demografica diventa uno strumento politico.
Lo sradicamento di migliaia di ulivi e i danni alle terre coltivate non hanno soltanto un valore simbolico. L’agricoltura rappresenta per molte famiglie palestinesi una forma di autonomia economica minima ma vitale. Ridurre questa base significa aumentare dipendenza, povertà e vulnerabilità. Lo scenario economico che si profila è quello di comunità progressivamente spinte fuori dai circuiti produttivi locali.
Anche le demolizioni di case e strutture producono effetti che vanno oltre la dimensione abitativa: interrompono reti familiari, scolastiche e lavorative. Ogni edificio abbattuto diventa un fattore di instabilità sociale che si somma a quelli già esistenti.
Dal punto di vista strategico militare, le operazioni di arresto, le incursioni e la presenza capillare delle forze di sicurezza rispondono a una logica di prevenzione e dominio del territorio. La priorità israeliana resta impedire la formazione di reti armate ostili e mantenere libertà di manovra operativa. Tuttavia, l’estensione delle misure a livello diffuso produce un clima di tensione permanente.
La questione dei detenuti, inclusi minori e giornalisti secondo le cifre palestinesi, alimenta ulteriormente la dimensione politica del conflitto. Ogni arresto ha un impatto che supera il singolo caso e diventa parte della narrativa collettiva.
La crescente affluenza di visitatori ebrei nel complesso di al-Aqsa e il dibattito su possibili restrizioni ai fedeli musulmani durante il mese di digiuno toccano un nervo scoperto. I luoghi sacri a Gerusalemme non sono solo siti religiosi: rappresentano marcatori di sovranità. Ogni modifica percepita dello storico equilibrio viene letta come segnale politico.
In questo contesto la dimensione simbolica pesa quanto quella militare. Gerusalemme resta il punto dove identità, religione e geopolitica si sovrappongono.
L’espansione degli insediamenti e i progetti edilizi in aree strategiche della Cisgiordania incidono sulla continuità territoriale palestinese. Separare aree settentrionali e meridionali significa rendere più complessa qualsiasi ipotesi di entità statale contigua. Qui emerge la valutazione geopolitica centrale: il territorio diventa lo strumento con cui si condiziona l’esito di futuri negoziati.
Le Nazioni Unite ribadiscono che tali politiche risultano contrarie al diritto internazionale e potenzialmente letali per la prospettiva dei due Stati. Ma sul terreno contano soprattutto i fatti compiuti: strade, quartieri, infrastrutture.
Dal punto di vista geoeconomico, il controllo di aree, risorse idriche, corridoi di collegamento e alture strategiche rafforza la posizione di chi li detiene. La Cisgiordania non è solo un dossier politico, ma uno spazio con valore logistico e territoriale. Chi consolida la presenza oggi negozia domani da una posizione più forte.
La leadership palestinese interpreta l’escalation come preparazione a una possibile annessione di fatto. Israele, dal canto suo, legge la sicurezza come priorità non negoziabile. In mezzo resta una popolazione civile che vive l’attrito quotidiano.
Il punto più rilevante è forse questo: la dinamica in Cisgiordania non appare temporanea ma strutturale. Più il tempo passa, più le trasformazioni sul terreno diventano irreversibili. La politica internazionale invoca soluzioni, ma la realtà si costruisce metro dopo metro.
In assenza di un processo politico credibile, la gestione del conflitto tende a sostituire la sua risoluzione. E quando la gestione diventa normalità, il rischio è che anche l’eccezione finisca per sembrare permanente. La Cisgiordania si trova esattamente su questa linea sottile tra crisi e nuovo equilibrio imposto dai fatti.












