di Giuseppe Gagliano –
I 90 milioni di dollari trasferiti dall’Arabia Saudita all’Autorità Palestinese non sono semplicemente un aiuto finanziario: sono un messaggio politico. Segnalano che la monarchia del Golfo non può permettere il collasso della leadership di Ramallah proprio mentre la regione è travolta dalle conseguenze della guerra di Gaza e mentre la normalizzazione con Israele resta congelata.
La crisi dell’Autorità Palestinese è strutturale: entrate fiscali ridotte, trasferimenti israeliani trattenuti, opinione pubblica sfiduciata, amministrazione fragile. Senza interventi esterni, l’Autorità rischia di implodere. È questo, più di ogni dichiarazione ufficiale, ciò che ha spinto Riad a muoversi.
La scelta del ministro israeliano Smotrich di trattenere le entrate fiscali, giustificandola con il rischio che finiscano a Hamas, è parte di una strategia di pressione costante su Ramallah. Ma ha anche un effetto paradossale: indebolisce proprio l’unica istituzione palestinese con cui Israele ha ancora un canale politico, aggravando il vuoto di governance in Cisgiordania.
Gli Accordi di Oslo prevedevano un flusso finanziario regolare che rappresenta il 70% delle entrate dell’AP. Bloccarlo significa mettere il sistema sotto ossigeno, in un momento in cui i servizi essenziali palestinesi rischiano di crollare.
Washington aveva provato a esercitare pressione, ma la nuova amministrazione statunitense non mantiene lo stesso approccio. Netanyahu e Smotrich lo sanno e agiscono di conseguenza.
Nel colloquio teso tra Mohammed bin Salman e Trump, il punto è emerso chiaramente: l’Arabia Saudita vuole la normalizzazione con Israele, ma non può permettersi di farlo ora. L’opinione pubblica saudita, dopo l’offensiva su Gaza, è profondamente contraria. Ogni passo verso Tel Aviv, senza concessioni reali sul dossier palestinese, rischierebbe di danneggiare la legittimità interna di MBS.
Il principe ereditario ha fissato una condizione precisa: riconoscere un percorso “credibile e irreversibile” verso lo Stato palestinese. È un modo per ancorare la normalizzazione a un impegno visibile che possa essere venduto alla popolazione come un successo politico e non un tradimento della causa araba.
Israele, però, non accetta alcun percorso che porti alla nascita di uno Stato palestinese. È il cuore del blocco diplomatico.
Trump ha promesso a MBS gli stessi F-35 avanzati in dotazione a Israele, con l’idea di cementare il legame strategico con Riad. Ma il giorno dopo, il segretario di Stato Rubio ha rassicurato Netanyahu: nessun rischio per il vantaggio militare qualitativo dell’IDF.
La promessa e la smentita sono due facce della stessa relazione triangolare che domina il Medio Oriente: gli Stati Uniti cercano di tenere insieme alleati che hanno priorità divergenti, equilibrando armi, diplomazia ed esigenze interne.
Per Riad questa ambiguità è insoddisfacente. Per Israele è rassicurante. Per la regione è un segnale che la normalizzazione richiede molto più di una foto alla Casa Bianca.
Il trasferimento saudita arriva mentre la guerra di Gaza ha ripolarizzato il mondo arabo e mentre l’AP perde legittimità. In questo scenario:
– la leadership palestinese non riesce a presentarsi come interlocutore credibile
– Israele punta a gestire l’ordine regionale senza concessioni territoriali
– gli Stati Uniti cercano una vittoria diplomatica prima che la situazione sfugga di mano
– l’Arabia Saudita vuole riformare la regione senza compromettere la propria stabilità interna
In mezzo, i palestinesi vivono una crisi strutturale che nessun assegno da solo può risolvere.
I 90 milioni non servono solo a pagare stipendi o servizi. Sono un modo per mantenere in vita un attore essenziale dello scacchiere regionale. Senza l’Autorità Palestinese, qualsiasi processo diplomatico, dagli Accordi di Abramo alla stabilizzazione post-Gaza, è destinato a deragliare.
Riad lo sa. Israele dovrebbe saperlo. Washington lo ripete da anni. Ma il Medio Oriente del 2025 è un mosaico in cui ogni tessera si muove secondo logiche proprie.
Il sostegno saudita è un segnale: nessuno vuole un vuoto politico in Cisgiordania. In una regione dove ogni vuoto viene riempito da qualcuno, di solito da chi usa la forza.












