
di Mauro Morbello –
Il Congresso del Perù ha approvato il 17 febbraio una mozione di censura che ha determinato la rimozione del presidente ad interim José Jerí, con 75 voti favorevoli, 24 contrari e 3 astensioni. Jerí era divenuto capo dello Stato in quanto presidente del Congresso, subentrando a seguito della destituzione di Dina Boluarte nell’ottobre 2025, la quale, a sua volta, aveva assunto l’incarico in qualità di vicepresidente della Repubblica dopo la rimozione e l’arresto del presidente eletto nel 2021, accusato di reati contro l’ordine costituzionale e di corruzione.
La mozione che ha portato alla destituzione di Jerí, in carica da meno di cinque mesi, si è fondata su accuse riconducibili a condotte incompatibili con il corretto esercizio della funzione pubblica e a traffico di influenze, in riferimento a incontri non dichiarati con imprenditori cinesi, svoltisi in un contesto ritenuto opaco.
Sul piano degli effetti immediati, dopo il voto il Congresso ha dichiarato vacante la presidenza e ha avviato la procedura per eleggere un nuovo vertice parlamentare, destinato ad assumere ad interim la guida del Paese fino alle elezioni previste per aprile 2026.
La destituzione di Jerí rappresenta l’ultimo atto di una crisi istituzionale strutturale che ha trasformato il Perù in uno dei casi più evidenti di instabilità politica in America Latina, e forse nel mondo. Dal 2018 a oggi, infatti, il Paese ha visto alternarsi otto presidenti della Repubblica, una figura che, nel modello costituzionale peruviano, concentra le funzioni di capo dello Stato e di capo del governo, rappresentando il fulcro dell’intero assetto istituzionale.
Nessuno dei capi dello Stato eletti o nominati negli ultimi nove anni è riuscito a portare a termine il mandato quinquennale, travolto da conflitti istituzionali, scandali di corruzione o proteste di piazza. Una situazione che ha evidenziato una crisi sistemica, nella quale le tensioni tra potere esecutivo e Parlamento, alimentate da ambiguità costituzionali e interessi divergenti, non esenti da interferenze esterne, hanno mantenuto il Paese in uno stato di permanente instabilità.
La sequenza, per molti versi paradossale, di rimozioni delle massime cariche dello Stato che ha scandito gli ultimi anni mette in luce la fragilità strutturale del sistema politico peruviano. Essa è il risultato della combinazione di un’estrema frammentazione partitica, di dinamiche ricorrenti di cattura delle istituzioni, di controlli indeboliti o neutralizzati e del peso crescente di gruppi di interesse capaci di orientare decisioni e nomine, condizionando in modo significativo il comportamento del potere legislativo e giudiziario.
Si tratta di una vulnerabilità con radici storiche che, nell’ultimo decennio, è stata ulteriormente amplificata dalla crescente importanza geoeconomica assunta dal Paese, divenuto terreno di interessi contrapposti tra grandi potenze per la sua straordinaria dotazione di materie prime minerarie, secondo produttore mondiale di argento, zinco e molibdeno, terzo di rame e sesto di oro, che lo colloca tra gli attori strategici dell’economia globale. In un contesto segnato dalla competizione per le materie prime e per le catene di approvvigionamento, ciò ne accresce l’esposizione a pressioni e condizionamenti, amplificando le fragilità di un assetto istituzionale già vulnerabile.
Storicamente inserito nell’orbita di influenza nordamericana, il Perù ha vissuto negli ultimi dieci anni un mutamento strutturale delle proprie relazioni esterne. Con l’adesione alla Belt and Road Initiative nel 2019, Lima ha formalizzato un rapporto sempre più stretto con Pechino, che ha progressivamente soppiantato il ruolo dominante degli Stati Uniti come principale partner commerciale. Oggi la Cina assorbe circa il 36% delle esportazioni totali peruviane e quasi il 49% di quelle minerarie, mentre gli Stati Uniti rappresentano all’incirca il 14%.
La trasformazione, tuttavia, non è stata soltanto commerciale. La presenza cinese si è consolidata attraverso partecipazioni dirette in grandi progetti minerari, soprattutto nel rame, ma anche in ferro, zinco, stagno e oro, investimenti nel settore energetico e una crescente penetrazione nei comparti infrastrutturale e delle telecomunicazioni.
Un punto di svolta è stato, nel 2024, l’inaugurazione del megaporto di Chancay, situato circa 80 chilometri a nord di Lima e sviluppato con una partecipazione dominante del gruppo statale cinese COSCO. L’infrastruttura, destinata a trasformare il Perù in uno snodo logistico centrale del Pacifico sudamericano, collegando più direttamente le rotte asiatiche alle risorse minerarie andine, consente a Pechino di integrare estrazione, trasporto marittimo, distribuzione portuale e collegamenti terrestri in un unico corridoio economico, rafforzando il controllo sull’architettura fisica delle catene di approvvigionamento dei minerali.
La risposta degli Stati Uniti alla crescente penetrazione cinese si è articolata in una strategia di contenimento e riequilibrio, combinando pressione politico-regolatoria, cooperazione istituzionale e offerte economico-finanziarie alternative. Washington ha rafforzato l’ancoraggio strategico del Perù designandolo partner militare privilegiato extra-NATO, uno status che facilita la cooperazione e l’accesso a programmi e forniture tra apparati di difesa.
In questo ambito, attraverso canali di assistenza militare, è stato promosso un progetto di potenziamento delle infrastrutture della base navale peruviana di Callao, nell’area di Lima e a distanza relativamente breve dal grande scalo portuale di Chancay promosso dai cinesi. Si è trattato di un segnale chiaro, volto a mantenere un presidio operativo nel Pacifico sudamericano sotto controllo nordamericano.
Parallelamente, sul piano diplomatico e regolatorio, gli Stati Uniti hanno intensificato le pressioni affinché il governo peruviano garantisse un’effettiva capacità di supervisione delle infrastrutture critiche, indicando Chancay come caso emblematico. Sul versante commerciale, alcune ricostruzioni giornalistiche hanno inoltre riportato la possibilità, evocata in ambienti statunitensi, di ricorrere a dazi punitivi elevati per scoraggiare l’utilizzo di corridoi logistici riconducibili a interessi cinesi nelle catene di esportazione verso il mercato nordamericano, con l’obiettivo di ridurre l’attrattività economica di Chancay come piattaforma regionale.
Infine, per consolidare la propria proiezione economica, gli Stati Uniti hanno sostenuto investimenti significativi in Perù nelle filiere strategiche, in particolare nell’energia, a conferma della volontà di presidiare settori chiave dell’economia peruviana e di non cedere ulteriore terreno all’espansionismo cinese.
In questa crescente contrapposizione tra potenze, il Perù, come buona parte dell’America Latina, ha assunto una rilevanza crescente perché combina una dotazione di risorse strategiche con snodi logistici sempre più decisivi per l’organizzazione delle catene globali del valore.
Su queste basi, la destituzione di Jerí, maturata a seguito di accuse legate a incontri informali con imprenditori cinesi, può essere letta non solo come l’ennesimo segnale di fragilità istituzionale interna, ma anche come un episodio inserito in una dinamica più ampia. Diventa plausibile interpretarla come l’esito di un contesto in cui la competizione geoeconomica tra Cina e Stati Uniti si riflette sul piano domestico, dove operano coalizioni e gruppi di interesse alla ricerca di sponde, protezioni e rendite in relazione all’uno o all’altro interlocutore esterno.
In un sistema instabile e vulnerabile ai condizionamenti come quello peruviano, questa sovrapposizione tra fratture interne e pressioni internazionali finisce per incentivare una politica sempre più permeabile a logiche di scambio e condizionamento, mantenendo il Paese in un circolo vizioso di precarietà e vulnerabilità istituzionale.











