di Giuseppe Gagliano –
In Portogallo il presidente della Repubblica non governa, ma può influire eccome: ha strumenti di garanzia, può rinviare leggi, porre il veto, e in certe circostanze sciogliere il Parlamento e aprire la strada a elezioni anticipate. Per questo il primo turno delle presidenziali del 18 gennaio non è una semplice fotografia di costume: è un test di forza politico in un Paese che, fino a pochi anni fa, sembrava immune alla grande ondata populista che ha ridisegnato l’Europa.
Il socialista di area centrosinistra Antonio José Seguro arriva primo con circa il 31% dei voti (quasi a scrutinio concluso), ma la notizia è un’altra: André Ventura, leader di Chega, si prende il secondo posto con il 24% e va al ballottaggio dell’8 febbraio. È l’ingresso pieno dell’anti sistema nel cuore dell’istituzione più simbolica, e lo fa con un risultato che non è più un incidente, ma una tendenza.
Chega nasce meno di sette anni fa e in questo tempo ha fatto quello che in politica conta più di ogni ideologia: ha occupato spazio. Ventura ha eroso consensi ai due poli che si alternano da mezzo secolo, socialisti e socialdemocratici, trasformando una destra tradizionalmente ordinata in un campo frastagliato dove lui rivendica la leadership dello “spazio non socialista”.
Il dato simbolico è Madeira: storica roccaforte socialdemocratica, dove Ventura vince con il 33%. Non è solo un successo locale. È il segnale che il voto di protesta non resta confinato nelle periferie sociali o nelle zone “arrabbiate” del Paese: può entrare anche nei bastioni di un elettorato conservatore che fino a ieri si riconosceva in sigle più rispettabili.
Il candidato sostenuto dal Partito Socialdemocratico (al governo) e dal CDS-PP, Luís Marques Mendes, si ferma attorno all’11% e finisce quinto. È un tonfo storico per l’area di governo: la destra moderata non arriva nemmeno al ballottaggio e consegna a Ventura un premio politico enorme, perché lo accredita come interlocutore inevitabile, anche senza alleanze formali.
Il primo ministro Luís Montenegro prova a mettere un cordone sanitario attorno all’esito: “non daremo indicazioni di voto, non saremo coinvolti nella campagna”. Traduzione: evitare che la sconfitta presidenziale contamini la tenuta dell’esecutivo e le prossime legislative. Ma l’effetto collaterale è chiaro: se il partito di governo si sfila, lascia campo libero alla polarizzazione tra “democratici contro estremismo”, la cornice narrativa che Seguro userà fino all’ultimo giorno.
Ventura ha costruito la campagna su un bersaglio preciso: l’immigrazione “eccessiva”, con messaggi volutamente urticanti e una promessa implicita di protezione identitaria e sociale. È una retorica che funziona perché intercetta ansie concrete: pressione sui servizi, salari bassi in alcuni settori, percezione di competizione sul welfare.
Ma qui si apre il paradosso portoghese: negli ultimi anni il Paese ha attirato lavoratori stranieri anche perché molte filiere hanno bisogno di manodopera e perché la demografia non aiuta. Se la politica trasforma l’immigrazione in una guerra culturale permanente, aumenta l’incertezza: le imprese temono oscillazioni normative, i lavoratori temono instabilità, e la fiducia – che per un’economia aperta è tutto – si sfilaccia. Non serve un terremoto: basta un clima da campagna elettorale permanente per rendere più costosi investimenti e programmazione.
Il presidente non decide il bilancio, ma può incidere sul quadro politico. Se dopo l’8 febbraio il Portogallo dovesse ritrovarsi con un capo dello Stato percepito come polarizzante, la conseguenza più immediata sarebbe reputazionale: la stabilità istituzionale, finora uno degli asset del Paese, diventerebbe oggetto di discussione. E quando la reputazione entra nel dibattito, entrano anche gli spread mentali: non sempre nei numeri, spesso nelle scelte.
Qui non si parla di minacce militari classiche, ma di sicurezza interna in senso largo: la campagna di Ventura spinge su identità, appartenenza, esclusione. È una dinamica che può irrigidire il discorso pubblico e produrre una spirale: più si alza il tono, più si legittimano reazioni e controreazioni, e più la politica smette di essere gestione dei conflitti per diventare fabbrica di conflitti.
In un Paese dove la presidenza ha un ruolo di arbitro morale e istituzionale, la questione è semplice: il Quirinale portoghese serve a calmare o a eccitare? Il ballottaggio, in fondo, gira attorno a questo.
Chega non è un fulmine isolato: è un tassello del quadro europeo, dove la destra populista ha già governato, condizionato governi o imposto temi. Il Portogallo era rimasto ai margini di questa trasformazione. Non più.
Se Seguro dovesse vincere, il messaggio sarebbe: la barriera democratica regge, ma al prezzo di un Paese spaccato in due blocchi emotivi. Se dovesse vincere Ventura, il messaggio sarebbe: anche il Portogallo entra nel ciclo continentale della normalizzazione del populismo identitario dentro le istituzioni.
Il Portogallo non è un attore di rottura nell’Unione, ma la sua stabilità ha sempre avuto un valore: un Paese affidabile, europeista, poco incline ai colpi di teatro. Il ballottaggio dell’8 febbraio non decide la politica estera, ma decide il tono con cui il Portogallo parlerà al mondo e all’Europa. E oggi, nella geoeconomia delle percezioni, il tono è già una scelta strategica.
Seguro parte favorito nei sondaggi secondo molti osservatori, perché l’elettorato moderato resta diffidente verso Ventura. Ma il punto non è solo chi vince: è chi riesce a conquistare il centro emotivo del Paese. Ventura ha già ottenuto un risultato: ha costretto tutti a giocare nel suo campo tematico. Seguro, ora, deve fare il contrario: riportare la partita sul terreno istituzionale senza apparire il candidato dell’establishment impaurito.
L’8 febbraio non sarà un referendum sul potere presidenziale. Sarà un referendum su quale Portogallo vuole diventare, e su quanta Europa il Portogallo è disposto a importare nella propria politica quotidiana.












