Power of Siberia: osteggiato a ovest, Putin guarda alla Cina

di Giuseppe Gagliano

Questa settimana il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo russo Vladimir Putin hanno supervisionato in videoconferenza l’apertura di un gasdotto di 1.800 miglia che collega la Siberia orientale russa alla città nord-orientale cinese di Heihe, con piani per estendere la linea a sud di Shanghai. Il progetto in Russia è stato soprannominato il “Power of Siberia“.
L’accordo, del valore di 400 miliardi di dollari e finalizato a convogliare il gas verso la Cina, è stato firmato per la prima volta nel 2014 tra la russa Gazprom e la China National Petroleum Corporation. Difficile sottostimare l’importanza cruciale sotto il profilo geoeconomico.
Nel 2020 la Cina importerà 5 miliardi di metri cubi di gas dalla Russia, raggiungendo infine i 38 miliardi di metri cubi all’anno nel 2024. Oltre alle speranze di estendere il gasdotto Power of Siberia, i leader cinese e russo hanno lanciato nuovi progetti energetici sia per sviluppare il gas naturale nell’Artico sia per implementare le infrastrutture petrolifere aggiuntive.
Man mano che l’economia cinese è cresciuta, è aumentata anche la domanda di energia, e se anche il tasso di crescita del PIL cinese ha iniziato a rallentare, il consumo energetico del Paese è aumentato del 18% dal 2017 al 2018, come riporta la BP Statistical Review of World Energy nel 2019. Dati gli alti livelli di consumo energetico e le limitate risorse domestiche, la Cina è affamata di energia: nel 2018, il 70 percento del petrolio cinese era costituito da importazioni estere, mentre la sua fornitura di gas rappresentava il 45 percento delle importazioni dall’estero.
Consapevole della propria dipendenza dalle importazioni di energia, il Dragone ha anche cercato di diversificare i propri fornitori. L’espansione della cooperazione energetica con la Russia aiuta la Cina a cominciare dalla necessità dei trasporti marittimi, che la rendono vulnerabile alla pirateria o ad un possibile blocco navale in caso di grave crisi. A un livello più locale, il gasdotto Power of Siberia faciliterà anche la conversione del nordest industriale della Cina, da carbone a gas.
L’economia russa basa la sua economia in buona parte dale esportazioni di materie prime, in particolare proprio quelle energetiche, basti pensare che il petrolio, il gas e il carbone hanno rappresentato il 55% delle esportazioni totali nel 2017.
Mosca si è concentrata a lungo sui suoi mercati di esportazione verso ovest ed in particolare in Europa attraverso l’Ucraina, ma visti i continui attriti proprio con l’Ue sta cercando di costruire un centro di gravità anche in Asia. Questa traiettoria orientale e il tentativo di integrarsi maggiormente con i partner dell’Asia orientale, compresa la Cina, sono diventati sempre più pronunciati dal 2014, anno in cui sono state comminate sanzioni alla Russia per via dell’annessioen della Crimea e la guerra del Donbass.
I progetti cooperativi come Power of Siberia nell’Estremo Oriente russo sono lodati dai leader e dagli analisti cinesi e russi come una potenziale fonte di nuova crescita in tutta l’Asia. L’Estremo Oriente russo è dotato infatti di una consistente ricchezza di risorse naturali, dal petrolio al gas naturale, ai minerali, al rame, ed ancora diamanti, oro, foreste e pesci, per cui sviluppare progetti in quella regione resta un imperativo strategico per il governo Putin.
L’energia è il settore più sviluppato nei legami economici sino-russi, e nel 2017, cioè ben prima del Power of Siberia, la Russia ha rappresentato l’11% delle importazioni di petrolio della Cina.
Dal 2016 la Russia è stata il principale fornitore di greggio della Cina superando l’Arabia Saudita.
Russia e Cina hanno così istituito lo scorso anno il Forum delle imprese energetiche russo-cinesi, con lobietivo di facilitare il dialogo nel settore energetico, potenziare l’efficienza, espandere progetti comuni e attrarre investimenti. Tuttavia la Russia non è stata l’unica alternativa energetica della Cina. Di fatto, sotto l’egida della Belt and Road Initiative (Via della Seta), la Cina ha investito in progetti infrastrutturali in Asia centrale per attingere alle vaste forniture di gas della regione. I gasdotti Cina-Asia centrale, che collegano la Cina al Turkmenistan, al Kazakistan e all’Uzbekistan, hanno erogato circa 23 miliardi di metri cubi di gas naturale nella prima metà del 2019, rispetto ai 36 miliardi di metri cubi del 2017. Oltre a ricevere gas dalla Russia e dagli stati dell’Asia centrale, la Cina importa anche gas dall’Australia, dall’Indonesia, dalla Malesia e dal Qatar.
Nonostante la crescente cooperazione energetico sino-russa e il commercio bilaterale abbiano superato l’anno scorso i 100 miliardi di dollari, la Russia viene sul piano geopolitico inserita dalla Cina in un progetto più ampio.
Per la Russia i principali obiettivi della Cina possono essere intesi nel rafforzare l’interdipendenza economica con il suo vicino per stabilizzare e pacificare la periferia della Cina, e nell’integrare ulteriormente la Russia non solo all’interno della regione, ma anche in un’architettura istituzionale regionale multilaterale emergente guidata dalla Cina.
Per quanto riguarda il ruolo geopolitico di Gazrprom, ancora una volta si rivela uno strumento indispensabile della politica economica della Russia sia in Europa che in Asia.
Sul piano della partnership sino-russa questo accordo non solo la rafforza, ma contribuisce a contrastare l’egemonia americana sul piano energetico.