
di Paolo Falconio * –
La narrazione secondo cui gli Stati Uniti attraverserebbero una fase di difficoltà strutturale contiene elementi di verità, ma va collocata in una prospettiva comparata. Le difficoltà americane restano infatti relative se misurate rispetto a quelle delle potenze concorrenti. La crisi venezuelana ha mostrato in modo evidente come, di fronte alla proiezione di potenza statunitense, Cina e Russia si siano rivelate sostanzialmente incapaci di incidere, di esercitare il minimo potere di interdizione. Washington mantiene oggi una presenza stabile in Venezuela, affiancata da una pressione diretta sull’Iran, mentre continua contemporaneamente a pattugliare le coste cinesi. Si tratta di una capacità operativa multi-livello e multi-teatro che non ha equivalenti. Una osservazione che da sola dovrebbe essere sufficiente a smontare l’idea di un impero in ritirata: gli Stati Uniti mantengono una presenza globale che nessun’altra potenza può replicare.
Tuttavia, l’amministrazione americana sembra aver maturato una consapevolezza fondamentale: la capacità di proiettare potenza non coincide automaticamente con la capacità di trasformarla in risultati politici duraturi. Esiste una differenza sostanziale tra intervenire e consolidare.
La storia recente offre numerosi esempi di questa asimmetria. In Siria, la Russia ha ottenuto garanzie concrete, come il mantenimento delle proprie basi militari, nonostante il cambio di regime. Il conflitto ucraino ha aperto una fase di instabilità prolungata per l’intero continente europeo, segno che quando non si riesce a consolidare una posizione, il costo sistemico può essere elevatissimo. Gli Stati Uniti, d’altro canto, hanno alle spalle una lunga serie di interventi che non si sono tradotti in assetti stabili: Iraq, Afghanistan e Libia rappresentano casi emblematici di successo militare privo di una vera archiviazione strategica. Una difficoltà strutturale nel pensare il “dopo”.
In questo contesto, l’approccio adottato in Venezuela appare differente. L’accettazione della permanenza del regime, a fronte di un nuovo rapporto con Washington potrebbe, nel lungo periodo, produrre l’obiettivo principale: un riallineamento strategico tra Caracas e gli Stati Uniti.
Vedremo se questo approccio “cinico” sarà più produttivo, ma sicuramente è meno oneroso in termini operativi e umani.
Fuori dalle narrazioni più diffuse sulle libertà del popolo iraniano, anche la questione Iran può essere letta secondo una logica diversa. Un eventuale intervento americano non avrebbe come scopo il rovesciamento diretto e immediato del regime, ma l’accentuazione della sua umiliazione simbolica. La percezione degli apparati israelo-americani è che le rivolte interne siano alimentate non solo dal disastro economico, ma soprattutto dal sentimento di fallimento della teocrazia, incapace di difendere il Paese e umiliata durante la guerra dei dodici giorni.
In questa chiave si comprende anche l’esternazione del Mossad circa il proprio coinvolgimento nelle proteste: non come prova di controllo diretto, ma come strumento di pressione psicologica e delegittimazione. L’obiettivo non sarebbe abbattere il regime con un colpo improvviso, bensì accelerarne l’erosione interna, costringendolo a concentrarsi sul fronte domestico e favorendone un cambio nel breve periodo.
Si tratta, dunque, di una strategia che privilegia la dimensione del realismo politico e della percezione rispetto a quella puramente militare. Una logica di pressione sistemica, più che di occupazione, che mira a trasformare la debolezza politica interna in un fattore decisivo. Ovviamente il rischio in caso di intervento è di ottenere l’effetto inverso, il rally round the flag, ossia di ricompattare la popolazione attorno al Regime di fronte al nemico esterno. Ma questo rientra nell’ambivalenza intrinseca di ogni intervento esterno.
Insomma potremmo essere di fronte ad un cambio di paradigma americano, più attento a capitalizzare risultati, anche a prezzo di apparire più cinici rispetto al dogma democratico che aveva caratterizzato i precedenti interventi americani. Sicuramente sarà difficile fare peggio del passato e tuttavia il prezzo potrebbe essere una perdita significativa in termini di soft Power e credibilità normativa.
* Miembro del Consejo Rector de Honor y conferenziere en la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)











