RD Congo. Per Kagame rischia di essere impossibile il negoziato per la pace

di Giuseppe Gagliano –

Nel cuore di una delle regioni più ricche di minerali al mondo, e allo stesso tempo più martoriate da guerre senza fine, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo provano a mettere insieme i pezzi di un accordo di pace che sembra sfuggire ogni volta che ci si avvicina alla firma. Paul Kagame ha deciso di dire le cose senza filtri: secondo lui, è Kinshasa a rallentare il processo. La RDC, afferma, avrebbe posto “condizioni nuove” rispetto a quelle concordate a Washington. Tradotto: il Ruanda non ha cambiato linea, i congolesi sì.
Sul terreno, però, la situazione è molto più confusa. Il gruppo ribelle M23 ha conquistato ampie zone dell’Est della RDC, compresa Goma, e la comunità internazionale accusa da anni Kigali di sostenerlo. Kagame nega, ma i rapporti degli esperti ONU parlano chiaro: truppe ruandesi sul campo, armi, supporto logistico. La sua ammissione del 18 febbraio — aver dispiegato soldati e sistemi missilistici nell’Est — è una mezza verità che dice già molto: non è “sostegno ai ribelli”, ma “misure di sicurezza”. È il linguaggio tipico dei governi che vogliono giustificare un intervento senza dichiararlo.
Per il Ruanda, tutto parte e finisce con un nome: FDLR. Il gruppo ribelle fondato da hutu responsabili del genocidio del 1994 è percepito come una minaccia esistenziale. Ed è vero che nelle province congolesi dell’Est è ancora attivo, anche se in numeri ridotti. Ma Kagame ribalta l’argomento: non conta quanti sono, conta chi sono. E accusa gli europei di non capire o, peggio, di fingere di non capire. È un refrain noto: il Ruanda vede se stesso come una piccola potenza assediata da nemici antichi, sottovalutata dagli occidentali, ignorata quando denuncia i pericoli.
Kagame alza il tiro e punta il dito contro le potenze europee, accusandole di fare la morale al Ruanda mentre hanno costruito fortune intere sullo sfruttamento dei minerali africani. Diamanti venduti ad Anversa, oro accumulato per decenni, interessi mai veramente interrotti. La tesi è che l’Occidente accusi Kigali per distogliere lo sguardo dal proprio passato — e dal proprio presente. È un argomento che in Africa risuona fortissimo: l’Europa che predica diritti umani dopo aver estratto risorse per un secolo è vista con crescente sospetto.
Mentre si parla di accordi di pace, il Congo offre l’ennesimo esempio della sua vulnerabilità strutturale. Il crollo della diga della CDM, sussidiaria cinese, ha riversato milioni di metri cubi di liquidi tossici a Lubumbashi. Case allagate, quartieri evacuati, rischio di contaminazione dell’acqua: un disastro industriale che racconta molto più del conflitto. Racconta un Paese dove le risorse vengono sfruttate senza controllo, dove gli standard di sicurezza sono inesistenti e dove lo Stato interviene sempre troppo tardi.
Nella conferenza stampa di Urugwiro Village, Kagame ha alzato ancora di più il tono: gli africani, secondo lui, continuano a chiedere permesso alle potenze esterne, scusandosi persino quando subiscono torti. È una sorta di manifesto politico: basta sottomissioni, basta dipendenze psicologiche. L’Africa ha risorse, popolazione, conoscenza. Ma non ha ancora autonomia politica. È un discorso che mescola orgoglio nazionale e frustrazione geopolitica. E ha un destinatario preciso: sia l’Occidente che i vicini africani.
Il 4 dicembre potrebbe esserci la firma dell’accordo a Washington, ma Kagame non sembra crederci molto. Tshisekedi, dal canto suo, parla con prudenza. Il Dipartimento di Stato americano prova a fare da garante, ma è evidente che Ruanda e RDC giocano due partite diverse: Kigali punta a una normalizzazione che non limita la sua influenza nella regione; Kinshasa vuole liberarsi dall’ombra ruandese e dall’instabilità che i ribelli generano sul suo territorio.
La verità, dura da accettare, è che la pace nell’est del Congo non dipende solo da un documento firmato. Dipende da un intreccio di interessi minerari, rivalità etniche, ambizioni politiche e interferenze esterne. E in questo groviglio, ogni giorno di ritardo aggiunge un altro strato di fragilità a una delle regioni più instabili del continente africano.