Regeni e Zaky. E la ragion di Stato

di Giuseppe Gagliano –

Su queste pagine ci siamo più volte occupati dell’Egitto e in particolar modo delle sue scelte sia nell’ambito della politica interna che in quelle della politica estera sottolineando in modo particolare il ruolo centrale che il potere militare ha avuto e ha negli equilibri di potere in Egitto. All’interno di questo contesto abbiamo affrontato anche il caso di Giulio Regeni e di Patrick Zaki.
Il rinnovo della custodia per Zaky, lo studente egiziano dell’università di Bologna di altri 45 giorni da parte del tribunale penale egiziano era abbastanza prevedibile, considerando che i vertici della ong egiziana “Egyptian Initiative for Personal Rights”, alla quale collaborava Zaki sono stati arrestati.
Nel contesto giuridico e politico egiziano, assai lontano da quello europeo, le tematiche e le inchieste affrontate da questa ong costituiscono infatti una forma di vera e propria propaganda antistituzionale.
Per quanto riguarda il caso di Giulio Regeni, nonostante la Procura di Roma abbia posto in essere un eccellente lavoro investigativo che ha permesso di individuare i responsabili dell’omicidio dell’attivista italiano all’interno di una delle strutture chiave del potere di Abdel Fatah al-Sisi, e cioè quella dei servizi segreti egiziani (ci riferiamo al generale Sabir Tareq, ai colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, al maggiore Magdi Sharif e all’agente Mahmoud Najem), e nonostante le rilevanti sollecitazioni politiche fatte da Erasmo Palazzotto, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, che aveva auspicato che l’incontro tra i team investigativi della Procura di Roma e del Cairo fosse propedeutico ad una risposta completa da parte egiziana alla rogatoria dei magistrati italiani, non sono emerse novità politiche o giudiziarie di rilevanza da parte egiziana. Anche se dal punto di vista tecnico il 4 dicembre il pubblico ministero Colaiocco depositerà gli atti delle indagini chiedendo di procedere contro i cinque membri dei servizi segreti egiziani, a cui seguirà un processo in contumacia, riteniamo inverosimile che il presidente egiziano possa consentire l’estradizione dei cinque appartenenti ai servizi segreti.
Altrettanto inverosimile riteniamo che le affermazioni da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sia di fronte alla commissione parlamentare di inchiesta sia a quelle relative al colloquio telefonico avuto venerdì mattina con il suo omologo egiziano possano avere implicazioni di tipo operativo. Non a caso il periodico al-Aharam ha sottolineato che il nostro premier avresse intenzione di consolidare le relazioni bilaterali, a partire da quelle in ambito energetico con Eni e in ambito militare con Leonardo e Fincantieri. Non dimentichiamo infatti che il Cairo dispone delle più imponenti e potenti forze militari del Medio Oriente e dell’Africa e che negli ultimi 5 anni ha investito molti miliardi in sistemi d’arma e piattaforme acquistandoli soprattutto da Russia (circa 10 miliardi), Francia (8), USA (2,5), Germania (4,5), Cina e Bielorussia. Per questa ragione il nostro paese sta attuando una strategia di influenza grazie soprattutto alle sue aziende strategiche.
Ci domandiamo allora non senza una punta di amara ironia: l’Italia è forse disponibile a rinunciare a tutto ciò pur di salvaguardare il rispetto dei diritti umani? Se lo facesse non solo ci sarebbero perdite economiche e penali rilevantissime da pagare per l’Italia, come pure la Francia sarebbe ben lieta di prendere il posto del nostro paese. O forse il nostro premier si adeguerà alla logica della ragion di Stato come d’altronde ha fatto di recente con la strage di Ustica?

(Foto: Amnesty International).