Rep. Ceca. Babis torna a Palazzo: il paese tra ambizioni personali, sovranismo europeo e dilemmi strategici

di Giuseppe Gagliano –

La nomina di Andrej Babis a primo ministro non è semplicemente il risultato di una vittoria elettorale: è il segnale che Praga sta entrando in una nuova fase politica, segnata dal ritorno di un leader che negli ultimi anni si è spostato sempre più verso le destre radicali europee. Petr Pavel, presidente e garante della collocazione euro-atlantica del Paese, ha tentato di fissare dei paletti: fedeltà alla NATO, cooperazione con Bruxelles, serietà nelle questioni di sicurezza. Ma il nuovo premier porta in dote una coalizione che dell’euroscetticismo fa un tratto identitario e che vede nella Russia non un partner, ma nemmeno un nemico da contrastare frontalmente.
La Repubblica Ceca è uno degli snodi industriali della MittelEuropa. L’automotive, l’energia e la filiera chimica sono i pilastri del Paese. Babis, imprenditore abituato a ragionare in termini di margini e leve di pressione, ha già chiarito quali saranno le priorità economiche: rinegoziare le politiche energetiche europee, alleggerire il peso fiscale interno e soprattutto frenare il Green Deal. Il partito degli Automobilisti non è un comprimario folkloristico: rappresenta un pezzo di industria che teme il collasso se l’Europa dovesse procedere senza compromessi sulla transizione ecologica. In questo contesto, Babis offre al suo elettorato una promessa semplice: proteggere la competitività nazionale, anche a costo di diventare un attore problematico a Bruxelles.
Il nuovo premier ha già anticipato che ridurrà gli aiuti militari a Kiev. È una scelta che allinea Praga ai governi più ambigui sulle responsabilità europee nella guerra. La messa in discussione dell’iniziativa ceca per il reperimento di munizioni, uno dei simboli della solidarietà europea con l’Ucraina, è un segnale politico prima ancora che logistico. Per la Russia, è la conferma che il fronte centro-europeo non è più compatto. Per Kiev, un colpo alla capacità di ottenere risorse militari senza dipendere interamente dagli Stati Uniti. Per Bruxelles, un monito: i governi possono cambiare più rapidamente della strategia comune.
La critica alle istituzioni europee, ovvero “si preoccupano troppo delle spese e troppo poco delle entrate”, è la sintesi del suo programma. Babis vuole trattare direttamente con i capi di governo nel Consiglio europeo, aggirando Commissione e Parlamento. La logica è chiara: trasformare l’UE in un’arena negoziale tra Stati, svuotando i meccanismi sovranazionali. Una linea che ricorda per molti versi il metodo di Viktor Orbán, ma adattato a un Paese con un tessuto industriale più integrato nel mercato europeo e con meno margini per lo scontro frontale.
La Repubblica Ceca si ritrova di nuovo in una posizione delicata: geograficamente vicina ai teatri caldi dell’Europa orientale, economicamente dipendente dalla Germania, politicamente attratta da un sovranismo che guarda più a Parigi e Budapest che a Berlino. Pavel conosce i rischi di questo equilibrio instabile: una politica estera oscillante, un indebolimento del ruolo nella NATO e una crescente diffidenza da parte degli Stati membri più impegnati nel sostegno all’Ucraina. Ma il presidente dispone di strumenti limitati: la guida è ora nelle mani di un premier che ha costruito il proprio successo proprio sul rifiuto della linea atlantista del governo precedente.
Il trasferimento del colosso Agrofert a una struttura fiduciaria è un tentativo di neutralizzare un problema che accompagna Babis da anni: la commistione tra potere economico e potere politico. Le accuse sulla gestione dei fondi europei per il centro congressi fuori Praga sembrano destinate a tornare sul tavolo, e non è escluso che il governo e il Parlamento – controllati dai suoi alleati – si trasformino in uno scudo politico. Per Bruxelles sarebbe un déjà-vu delle crisi di stato di diritto viste in Ungheria e Polonia: un leader che usa il consenso interno per ridisegnare i limiti della sua responsabilità istituzionale.
Il ritorno di Babis è una prova generale di ciò che potrebbe accadere in altri Paesi europei. Dietro la retorica della difesa dell’interesse nazionale si intravede una partita più ampia: la ridefinizione dei legami tra Stati membri, la spinta a un’Europa meno vincolante e più negoziata, la tentazione di trattare sicurezza e economia come dossier esclusivamente nazionali. È il segnale che la frattura tra integrazione e sovranità continua ad allargarsi. E che la Repubblica Ceca, pur piccola, potrebbe diventare uno dei laboratori più interessanti, e più inquieti, dell’Europa che verrà.