di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore dell’Europa, tra tensioni internazionali e propaganda incrociata, il premier uscente Petr Fiala (ODS) ha deciso di giocare la carta più prevedibile ma anche più pericolosa: accusare il suo principale rivale, l’ex primo ministro Andrej Babis (ANO), di “aiutare Putin”. Un’accusa forte, lanciata a pochi mesi dalle elezioni parlamentari d’autunno, e che ha il sapore di una chiamata alle armi per l’elettorato atlantista.
Secondo Fiala, Babis è “contro l’iniziativa per le munizioni”, “contro la spesa per la difesa”, e invoca una “pace senza condizioni”. In sintesi: un traditore della causa ucraina. In un’intervista al Financial Times il leader del governo ceco ha messo in guardia: se ANO dovesse vincere, la politica estera del Paese virerebbe verso Budapest e Bratislava, più che verso Bruxelles.
Le accuse di Fiala, rilanciate da Politico, ricalcano lo stesso copione già visto in altri Paesi Ue: chiunque metta in dubbio l’invio di armi all’Ucraina viene subito etichettato come filorusso. Ma la realtà è più sfumata. Babis, che secondo i sondaggi domina con il 33% contro il 17% della coalizione SPOLU, ha criticato l’iniziativa ceca per le munizioni, progetto destinato a comprare armi per Kiev, e preferisce una soluzione diplomatica al conflitto. Come Orban in Ungheria e Fico in Slovacchia.
In passato ha anche affermato che l’Ucraina “non dovrebbe entrare nell’Ue” e i suoi eurodeputati si sono astenuti (o hanno disertato) durante votazioni chiave sul sostegno militare a Kiev. Ma è sufficiente questo per definirlo un “amico del Cremlino”? O si tratta di una narrativa costruita ad arte per screditare chi osa deviare dalla linea ufficiale della Nato?
A rendere più teso il clima nel Paese è stata anche l’esplosione avvenuta il 25 marzo nello stabilimento Policske Strojirny, specializzato in munizioni pesanti e forniture militari. L’incidente, probabilmente causato da un malfunzionamento tecnico, ha riportato alla mente il sabotaggio del 2014, quando l’intelligence russa fu accusata di aver fatto saltare due depositi di armi destinati all’Ucraina.
Tempismo perfetto, si potrebbe dire, per alimentare ancora una volta la narrativa dell’“interferenza russa”. Ma la cronaca, si sa, non è mai neutrale.
Mentre Babis si avvicina sempre più all’orbita di Orban, aderendo al gruppo “Patrioti per l’Europa”, le élite ceche e i media internazionali lo dipingono come un pericolo per la stabilità europea. Ma il vero nodo, al di là della guerra in Ucraina, resta la questione dell’autonomia politica. Chi deve decidere come aiutare Kiev? Bruxelles o Praga?
Come ha detto un eurodeputato di ANO, “Perché qualcuno da fuori dovrebbe dirci come destinare il nostro PIL?”. Dietro a questa frase, apparentemente populista, si nasconde la domanda che molti in Europa iniziano a porsi, da destra a sinistra.












