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Il documentario “Resilience – Gender-Based Violence”, diretto da Massimo Gabbani, è stato recentemente presentato in anteprima a Trento. Con una durata di 30 minuti, l’opera ci conduce nello slum di Gakoromone, nella Contea di Meru, in Kenya, dove donne e bambine vivono quotidianamente situazioni di profonda vulnerabilità, povertà e marginalizzazione. Ma ciò che emerge con forza non è solo il dolore, bensì il coraggio di chi cerca di spezzare il ciclo della violenza e della sottomissione.
Attraverso testimonianze dirette, immagini autentiche e interviste a figure istituzionali locali, come il vescovo di Meru Salesius Mugambi, della polizia di Mitunguu, funzionari pubblici e le suore dell’ordine Holy Spirit Servants, il documentario analizza le cause sistemiche della violenza di genere, con l’obiettivo non solo di raccontare una realtà, ma vorrebbe aprire una riflessione universale.
La violenza non ha confini né giustificazioni. “Resilience” non è un’opera che vuole demonizzare un Paese. Non è il Kenya il nemico, né la sua cultura. Gabbani è molto chiaro: “Il documentario racconta una storia del Kenya, non ‘il Kenya’. È una realtà locale, ma rappresenta una questione globale.”
La violenza non ha un solo volto. È visibile o invisibile, fisica o psicologica, domestica o istituzionale. Può colpire donne, bambini, persone omosessuali, transgender, chiunque venga considerato “altro” o “diverso”, aggiunge il regista. La violenza è una, ma ha troppe facce. E deve essere combattuta ovunque, sempre.
La violenza spesso si radica nel tessuto stesso delle relazioni sociali, si trasmette da una generazione all’altra, diventando “normale”. Solo la consapevolezza, e l’educazione possono spezzare questo meccanismo, e nei contesti come quello raccontato nel film anche e l’empowerment è molto importante per ottenere indipendenza.
“Resilience” è anche il punto di partenza di un progetto concreto, che sta nascendo ora, chiamato “Bee the Change”, che punta a formare alcune donne come apicoltrici, dando loro strumenti per raggiungere l’autonomia economica. Il percorso prevede una formazione professionale di sei mesi, la creazione di una cooperativa, un laboratorio per la lavorazione del miele e il supporto ai figli delle partecipanti.
Il progetto è affiancato, tra gli altri, da Leonora Zefi, presidente dell’Associazione Teuta; Mario Garavelli, responsabile Sportello Sicurezza e Anticrimine di Confcommercio Trento; Donatella Bussolati, avvocato patrocinante in Cassazione, esperta in diritti umani.
Il regista con “Resilience” non vuole solo mostrare uno spaccato di realtà, ma vuole aprire una riflessione. In un momento storico in cui i media riportano quotidianamente storie di violenza domestica, femminicidi, discriminazioni di genere e identità, e le migliaia di vittime di guerra,
fino a che punto siamo disposti a tollerare ciò che accade? Siamo capaci di indignarci solo se ci tocca da vicino? Sappiamo riconoscere la libertà come un diritto universale, o solo come una condizione personale? “Non possiamo accettare la violenza. Né in casa, né nelle strade, né nei tribunali, né nelle leggi. Non esistono contesti che giustificano l’abuso. Esiste solo il dovere di prenderne coscienza e agire”, afferma Gabbani.
Il documentario continuerà il suo percorso attraverso proiezioni pubbliche: l’obiettivo è sensibilizzare e creare consapevolezza. Perché la violenza non ha confini politici, religiosi, culturali o geografici. Non ha colore, orientamento, bandiera. È solo violenza. E va riconosciuta, affrontata e sconfitta. Sempre. Ovunque. Insieme.












