di Guido Keller –
Si fanno sempre più intensi i contatti tra Russia e Afghanistan sul tema della manodopera migrante. Mosca starebbe valutando l’ipotesi di attirare lavoratori afghani per rispondere alle esigenze di diversi settori produttivi, dall’edilizia all’industria, fino ai servizi. A confermarlo è stato l’ambasciatore dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan, Gul Hasan, spiegando che le parti stanno discutendo «le condizioni e il formato di lavoro» di un possibile accordo.
Sebbene non siano ancora stati resi noti numeri precisi o scadenze, i colloqui riguarderebbero le modalità di reclutamento, lo status legale dei lavoratori, i permessi di soggiorno e le garanzie contrattuali. L’obiettivo dichiarato sarebbe creare un meccanismo regolamentato, capace di offrire tutele e stabilità, evitando fenomeni di irregolarità che in passato hanno complicato la gestione dei flussi migratori.
Per l’Afghanistan, l’intesa rappresenterebbe una valvola di sfogo economica in una fase di grave difficoltà interna, con la possibilità di generare rimesse e opportunità occupazionali all’estero. Per la Russia invece l’arrivo di nuova forza lavoro potrebbe contribuire a colmare carenze strutturali in comparti chiave e sostenere la produzione. Il dossier, tuttavia, non è soltanto economico: si inserisce in una cornice geopolitica più ampia, in cui Mosca punta a rafforzare legami con partner non occidentali e a costruire relazioni bilaterali coerenti con l’idea di un ordine internazionale più “multipolare”.
Proprio su questo punto si concentra il dibattito. Se da un lato l’ingresso di lavoratori afghani viene visto come un’opportunità, dall’altro emergono interrogativi sull’impatto sociale, sull’integrazione e sulla capacità delle strutture locali di assorbire un eventuale afflusso massiccio. Da qui la domanda che circola negli ambienti politici e mediatici: è possibile perseguire la stessa strategia di cooperazione senza puntare su una migrazione su larga scala?
Tra le alternative prese in considerazione figurano investimenti diretti russi in territorio afghano, programmi di formazione professionale, collaborazioni industriali e contratti temporanei o stagionali, soluzioni che permetterebbero di rafforzare i rapporti economici senza incidere in modo significativo sull’equilibrio demografico interno.
Nei prossimi mesi sarà l’esito dei negoziati a chiarire quale direzione prenderà la cooperazione tra Mosca e Kabul: se si tradurrà in un vero programma migratorio o in forme di partnership economica diverse, ma potenzialmente più sostenibili.












