di Giuseppe Gagliano –
La Russia avrebbe realizzato almeno dieci siti destinati ai velivoli senza pilota a lungo raggio lungo l’asse che collega il territorio russo alla Bielorussia e all’Ucraina, rafforzando una capacità offensiva che interessa direttamente anche il fianco orientale della Nato. Le immagini satellitari mostrerebbero decine di rampe di lancio, alcune delle quali utilizzabili per i modelli più avanzati, anche se la loro presenza non costituisce di per sé la prova dell’esistenza di un piano russo per attaccare l’Alleanza.
Quasi tutte le strutture sarebbero già utilizzate nelle operazioni contro l’Ucraina e rappresentano soprattutto il risultato della crescente industrializzazione russa della guerra con velivoli senza pilota. Mosca ha adattato i modelli Shahed di origine iraniana sviluppando le versioni nazionali della famiglia Geran e, secondo valutazioni ucraine, sarebbe ormai in grado di produrne migliaia al mese, comprese varianti capaci di raggiungere obiettivi a circa mille chilometri di distanza.
L’aumento delle rampe permette alla Russia di moltiplicare e disperdere i punti di lancio, rendendo più difficile la loro neutralizzazione. Attacchi simultanei, traiettorie differenti e falsi bersagli possono inoltre saturare le difese avversarie, obbligandole a impiegare radar, caccia e intercettori dal costo spesso molto superiore a quello degli apparecchi utilizzati da Mosca.
La crescita della capacità russa pone quindi alla Nato un problema militare ed economico. Proteggere migliaia di chilometri del fianco orientale utilizzando prevalentemente missili tradizionali sarebbe estremamente costoso. I Paesi europei stanno perciò investendo in sistemi più economici, tra cui cannoni a tiro rapido, guerra elettronica, piccoli intercettori, sensori integrati e tecnologie a energia diretta.
Resta invece meno probabile, nelle condizioni attuali, un’offensiva convenzionale russa contro un Paese della Nato. Mosca è ancora impegnata nella guerra in Ucraina e un attacco diretto comporterebbe il rischio di uno scontro con l’intera Alleanza. Maggiore attenzione viene riservata alle operazioni sotto la soglia del conflitto aperto, comprese incursioni nello spazio aereo, sabotaggi, attacchi informatici e altre azioni difficili da attribuire con certezza.
La frontiera orientale dell’Europa sta così diventando un laboratorio della guerra con velivoli senza pilota. La Russia sperimenta produzione su larga scala, saturazione e autonomia operativa, mentre la Nato studia le tattiche impiegate in Ucraina e adegua progressivamente le proprie difese.
Il pericolo maggiore resta quello di un’escalation provocata da un incidente o da un’errata interpretazione. Un velivolo fuori rotta, una violazione dello spazio aereo o una risposta militare valutata come eccessiva potrebbero innescare una crisi più ampia. La presenza delle nuove infrastrutture russe dimostra dunque una capacità militare crescente, ma capacità e intenzione offensiva rimangono elementi distinti, essenziali per valutare correttamente il rischio di uno scontro diretto tra Russia e Nato.


