di Giuseppe Gagliano –
Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, il Dipartimento del Tesoro Usa e i suoi alleati hanno costruito una fitta rete di sanzioni finanziarie, tecnologiche ed energetiche per isolare Mosca e logorarne lo sforzo bellico. Congelamento degli asset della Banca centrale, esclusione dal sistema SWIFT, tetti ai prezzi del petrolio e limiti sulle esportazioni di semiconduttori hanno segnato le tappe principali di questa strategia. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la linea non è stata smantellata: è diventata meno ideologica e più negoziale, ma resta dura nei confronti di Vladimir Putin. La Casa Bianca minaccia dazi e sanzioni secondarie per spingere Mosca a un cessate-il-fuoco e ha colpito direttamente due colonne portanti dell’economia russa, Rosneft e Lukoil.
Il fronte finanziario resta centrale. Congelare le riserve estere, bloccare gli scambi in dollari e limitare l’accesso ai mercati dei capitali significa privare il Cremlino di leve cruciali. Le restrizioni colpiscono circa l’80% degli asset bancari russi. A ciò si aggiunge il prezzo massimo imposto dai Paesi G7 alle esportazioni petrolifere russe e il divieto d’importazione di energia da parte americana, progressivamente esteso anche all’uranio arricchito. L’Unione Europea, pur divisa, ha varato un embargo parziale su petrolio e prodotti raffinati e intende interrompere definitivamente le importazioni di gas russo entro il 2027.
Ma l’obiettivo non è distruggere l’economia russa, bensì limitarne la capacità di finanziare la guerra, erodendo nel tempo la stabilità macroeconomica. Un approccio graduale, che punta più alla pressione sostenuta che al colpo secco.
La realtà però racconta una Russia più resistente di quanto molti analisti occidentali prevedessero. Secondo International Monetary Fund, il Pil russo è cresciuto del 3,6% nel 2024 grazie a un’economia di guerra e all’uso strategico delle proprie risorse energetiche. Mosca ha accumulato riserve enormi già prima dell’invasione e ha riconvertito gran parte del commercio internazionale verso la Cina e l’India, aggirando i tetti ai prezzi con una “flotta ombra” di petroliere. Nel 2023 oltre il 90% degli scambi commerciali bilaterali con Pechino avveniva in rubli e yuan, segno di un lento sganciamento dal dollaro.
Le sanzioni hanno certamente provocato carenze di componenti tecnologici e medicinali, ma non hanno generato un collasso economico. La Russia ha trasformato la pressione esterna in uno stimolo per riorientare la propria economia verso canali alternativi e consolidare un’economia di guerra strutturata.
La dimensione geopolitica delle sanzioni emerge con chiarezza: non tutti i Paesi hanno seguito l’Occidente. Alcuni, come Cina e India, hanno ampliato i propri legami energetici con Mosca. Altri, specialmente in Asia e Medio Oriente, hanno assunto un ruolo di intermediari, importando beni occidentali per poi reindirizzarli verso la Russia. Questo mosaico di posizioni limita l’efficacia del meccanismo sanzionatorio, creando un sistema parallelo di scambi che riduce l’isolamento di Mosca.
Allo stesso tempo due terzi degli oltre 330 miliardi di dollari di asset russi congelati restano in Europa, in particolare in Belgio, e la questione sul loro utilizzo per la ricostruzione dell’Ucraina resta aperta. Le misure statunitensi e comunitarie stanno quindi raggiungendo un punto di saturazione, mentre Mosca si adatta e diversifica le sue relazioni commerciali.
Sul piano strategico le sanzioni non hanno fermato l’aggressione né costretto la Russia a negoziare. Bensì hanno mandato un segnale politico: la violazione di norme fondamentali non può restare senza risposta. L’effetto deterrente è più simbolico e diplomatico che militare. In parallelo il costo economico cumulativo rischia di pesare sul lungo periodo, soprattutto se i canali di aggiramento verranno progressivamente chiusi.
L’occidente ha scelto la pressione economica per evitare uno scontro diretto. Mosca finora ha scelto di resistere, adattandosi e ricalibrando la propria strategia. In questo braccio di ferro, la partita si gioca sul tempo: chi si logorerà prima, l’economia russa o la volontà politica occidentale di mantenere la pressione?












