
di Giuseppe Gagliano –
Il 2 febbraio 2026 Dmitry Medvedev mise in guardia su un rischio che, a forza di essere ripetuto, stava diventando normalità: lasciare scadere l’ultimo trattato che limita in modo verificabile gli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia. Il Nuovo trattato Start, firmato nel 2010 quando Medvedev era presidente, doveva arrivare al 5 febbraio senza una nuova intesa. E il punto, nella sua lettura, non era l’allarme teatrale, ma il vuoto politico: scadere senza sapere cosa viene dopo significa aprire la porta al peggio, anche se nessuno lo pronuncia.
Medvedev non disse che la scadenza avrebbe portato automaticamente alla catastrofe. Disse qualcosa di più utile: che il mondo avrebbe dovuto preoccuparsene comunque. Perché quando le regole scompaiono, non resta il disarmo; resta la tentazione di contare i missili per ricominciare a spostare i rapporti di forza.
Dall’altra parte, Donald Trump aveva già fatto capire che non intendeva prolungare il trattato. In un’intervista di gennaio aveva liquidato la questione con una formula brutale: se scade, scade, poi si farà un accordo migliore. È il linguaggio tipico del negoziatore che vuole ripartire da zero: cancellare il perimetro esistente per imporne uno nuovo, possibilmente più ampio e più conveniente.
Qui entra il nodo cinese. Washington insiste da tempo perché Cina partecipi a un nuovo quadro di controllo, ma Pechino non mostrò alcuna disponibilità. E così il risultato rischiava di essere paradossale: si fa saltare l’unico argine rimasto, in nome di un tavolo più grande che però non nasce.
Il controllo degli armamenti viene spesso raccontato come tema morale o strategico. Ma ha un volto economico molto concreto: il trattato è anche un freno alla spesa, un limite che riduce l’urgenza di produrre, schierare, modernizzare oltre misura. Se l’argine cade, la pressione torna sulle industrie della difesa, sui bilanci pubblici, sulle catene tecnologiche. Una nuova corsa agli armamenti non si paga solo con i missili: si paga con l’allocazione delle risorse, con l’aumento dei costi di finanziamento, con l’insicurezza che spinge gli Stati a comprare “assicurazioni” militari invece di investire in infrastrutture e competitività.
Per Mosca, la questione si intrecciò con la guerra in Ucraina e con la riconversione industriale: Medvedev rivendicò un aumento rapido della produzione di artiglieria e droni e descrisse un’industria della difesa ormai adattata alla guerra contemporanea. È un messaggio interno, ma anche esterno: se le regole saltano, noi siamo pronti a produrre.
Sul piano militare, la fine del trattato non significa solo più testate. Significa meno trasparenza, meno ispezioni, meno prevedibilità. In un equilibrio nucleare, la prevedibilità è stabilità. Quando si perde, aumenta il rischio di calcoli errati: si immagina che l’altro stia accelerando, si risponde accelerando, poi si giustifica l’accelerazione con la presunta accelerazione altrui. È il circuito più pericoloso, perché non richiede malafede: basta la paura.
E c’è un secondo effetto: se i limiti sulle armi strategiche evaporano, la deterrenza torna a essere una gara di segnali. Chi mostra più prontezza, chi schiera prima, chi può lanciare di più. In quel teatro, l’Europa diventa terreno di pressione, non attore. Non sorprende che Medvedev abbia usato toni durissimi contro i dirigenti europei: era il modo di dire che la partita vera, per Mosca, resta con Washington, mentre l’Europa paga i costi senza controllare il tavolo.
Il Nuovo trattato Start era l’ultima architrave di un’epoca in cui Mosca e Washington, pur rivali, accettavano l’idea che la sicurezza reciproca richiedesse limiti comuni. La sua scadenza segnala una cosa più profonda: la fiducia strategica si è consumata e viene sostituita da scambi tattici, dossier per dossier.
È vero che i rapporti tra Stati Uniti e Russia apparvero meno congelati dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca e la ripresa di contatti diplomatici. Ma un dialogo che non riesce a salvare l’unico trattato rimasto dice molto sulla gerarchia delle priorità: conta più la leva politica immediata che la stabilità di lungo periodo.
Medvedev scelse un’immagine facile, l’orologio dell’apocalisse, per descrivere un rischio difficile: non l’esplosione di domani, ma lo slittamento verso un mondo senza freni. In quel mondo, ciascuno sostiene di non volere il conflitto globale, e intanto costruisce gli strumenti per reggerlo.
La domanda, a questo punto, non è se la scadenza porti subito al disastro. La domanda è se le grandi potenze vogliano davvero vivere in un sistema senza limiti, dove la sicurezza dipende solo dalla quantità e dalla velocità. Se la risposta è no, allora la politica ha un compito semplice e durissimo: mettere una regola prima che la regola sparisca.











