di Giuseppe Gagliano –
La decisione di Vladimir Putin di ordinare la creazione della Base di ricerca polare Artur Chilingarov non è un capriccio scientifico né un’operazione di immagine. È un tassello coerente di una strategia che da anni sposta l’asse della proiezione russa verso l’Artico, trasformando una regione un tempo marginale in spazio centrale di potere, identità e sicurezza nazionale. La scelta del 2027 come anno simbolico, ribattezzato “anno della geografia”, parla chiaro: per Mosca il controllo dello spazio passa anche dal controllo del racconto.
La cooperazione con la Società Geografica Russa e l’Accademia delle Scienze restituisce l’idea di una scienza di Stato, mobilitata per obiettivi che vanno ben oltre la ricerca. La difficoltà crescente nel trovare banchi di ghiaccio stabili non frena l’ambizione: al contrario, diventa argomento politico. Il messaggio è che la Russia resta presente anche dove il clima cambia e gli altri arretrano. Il riferimento alle spedizioni storiche e al Barneo Ice Camp serve a costruire continuità, legittimità, diritto di presenza.
Prima del 2022 l’Artico era soprattutto un dossier economico. Energia, minerali, rotte commerciali. Oggi è una frontiera di sicurezza. La guerra in Ucraina ha accelerato una transizione già in atto: dall’estrazione al presidio, dal mercato alla deterrenza. Giganti come Rosneft e Gazprom restano attori chiave, ma il baricentro si sposta sulle infrastrutture militari, sui radar, sui rompighiaccio a propulsione nucleare, sulla capacità di negare accesso.
La Rotta del Mare del Nord non è solo una scorciatoia marittima: è una leva di potere. Controllarne l’accesso significa influenzare catene di approvvigionamento, imporre tariffe, condizionare traffici tra Asia ed Europa. In un mondo frammentato, Mosca punta a trasformare la geografia in rendita strategica, soprattutto rafforzando l’intesa con la Cina, interessata a vie alternative ai colli di bottiglia controllati dagli Stati Uniti.
La riapertura di basi sovietiche e il rafforzamento dei dispositivi militari sono presentati come risposta all’espansione della NATO. È una narrazione speculare a quella occidentale: difesa preventiva contro l’accerchiamento. La cooperazione artica con Canada, Norvegia e Stati Uniti appartiene ormai al passato. L’Artico diventa spazio di competizione, non più di governance condivisa.
Il nuovo piano in preparazione, che guarda ai prossimi 25 anni, segna l’ambizione di consolidare risorse, sicurezza e status speciale della Russia nella regione. È una strategia di resistenza all’isolamento occidentale e di adattamento opportunistico alle nuove catene globali. Non a caso, mentre Mosca avanza, il Canada annuncia nuovi consolati in Groenlandia e Alaska e il premier Mark Carney promette un rafforzamento militare nel Nord.
La base al Polo Nord non è solo una struttura sul ghiaccio. È un manifesto politico. Dice che, per la Russia, la geografia non è destino ma strumento. In un mondo dove le mappe tornano a contare quanto i mercati, l’Artico diventa il laboratorio di una competizione destinata a durare, silenziosa e glaciale, ma tutt’altro che neutrale.












