Russia. Il sottomarino russo Krasnodar sotto la Sicilia: la guerra dei segnali nel Mediterraneo

Non è una “incursione”: è un messaggio. E l’Italia, con la NATO, risponde con la grammatica della sorveglianza e della resilienza.

di Giuseppe Gagliano

Quando una fregata italiana segue un sottomarino russo nel Mediterraneo centrale, vicino alla Sicilia, la notizia non va letta come un episodio tecnico da addetti ai lavori. È un atto di comunicazione strategica. Il Krasnodar, classe Improved Kilo, non è soltanto una piattaforma militare: è un segnale in movimento. Naviga con una firma acustica ridotta, porta missili da crociera Kalibr e si muove dentro un quadrante dove passano rotte commerciali, cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e interessi vitali europei. Il fatto che venga monitorato in modo continuativo dice una cosa semplice: nel Mediterraneo la deterrenza si fa anche con l’attenzione, non solo con l’escalation.
Qui la scena non è “Italia contro Russia”. È un quadro NATO: le operazioni dello Standing NATO Maritime Group Two servono a mantenere consapevolezza della situazione marittima, a proteggere libertà di navigazione e a presidiare il fianco meridionale. In tempi di guerra lunga in Ucraina e di competizione su più fronti, il Mediterraneo torna a essere un teatro dove ogni spostamento può essere letto come test, sondaggio, raccolta dati.
Il Krasnodar non opera da solo. La presenza di una scorta come il Severomorsk, pensata per la guerra antisommergibile e dotata di elicotteri e sensori, indica una formazione che vuole proteggere l’assetto più prezioso e, al tempo stesso, mostrare bandiera. Il sottomarino è il coltello; la scorta è la mano che lo rende più difficile da neutralizzare e più credibile come strumento di pressione.
La risposta italiana, con la fregata Virginio Fasan, è coerente: un’unità FREMM ottimizzata per la lotta antisommergibile, con sensori e capacità di ingaggio pensate proprio per questo tipo di scenario. Ma la funzione principale, qui, non è “cercare lo scontro”: è tracciare, classificare, capire profili acustici, routine, modalità operative. In altre parole: costruire conoscenza. E la conoscenza, in mare, è potenza.
L’ipotesi che la formazione russa sia diretta verso Tartus in Siria richiama un elemento strutturale: la Russia usa il Mediterraneo come spazio di proiezione, non come semplice transito. Tartus è il punto d’appoggio che rende possibile una presenza continuativa, la manutenzione e la rotazione degli assetti. È anche un simbolo: la Russia mostra di essere ancora un attore capace di stare nel Levante, nonostante i costi della guerra in Ucraina.
Se il Krasnodar ha già avuto un ruolo visibile nelle operazioni siriane, la sua ricomparsa in questo contesto dice che Mosca vuole mantenere un doppio registro: pressione sul fianco sud della NATO e continuità nel Mediterraneo orientale. Non è necessariamente un preludio a un’azione. È una dimostrazione di permanenza.
Il passaggio più interessante non riguarda i Kalibr, ma i fondali. Nel 2026 ogni marina che si muove in prossimità di nodi critici viene osservata anche per questo: cavi sottomarini, condotte, impianti offshore, snodi energetici. Non serve “colpire” per minacciare: basta far capire che puoi vedere, raggiungere, disturbare. La pressione strategica oggi spesso è insinuazione, non attacco.
Ecco perché l’attività di sorveglianza è centrale: non è paranoia, è adattamento a un ambiente in cui la vulnerabilità principale non è la flotta avversaria, ma il sistema che la flotta protegge: comunicazioni, energia, logistica. La normalità europea passa anche sotto il mare.
Il collegamento con il sequestro della nave cargo a Brindisi, accusata di trasportare metallo russo eludendo le sanzioni, chiude il cerchio: la competizione con la Russia nel Mediterraneo non è solo militare, è anche economica e giudiziaria. Da un lato, piattaforme e missioni NATO; dall’altro, controlli, indagini, enforcement sulle catene di fornitura e sui traffici.
Questo punto è spesso sottovalutato: il Mediterraneo è un corridoio commerciale. Chi prova ad aggirare sanzioni lo fa anche qui, con metodi classici come spegnere sistemi di tracciamento, falsificare documenti, mascherare origini. In un conflitto lungo, la “guerra economica” è fatta di queste micro-operazioni: non fanno notizia come un missile, ma erodono la credibilità delle misure se non vengono contrastate.
L’Italia, per geografia, non può permettersi un Mediterraneo “distratto”. Il ruolo dentro SNMG2 e l’impiego di una FREMM in compiti di sorveglianza rafforzano un messaggio: Roma è chiamata a essere un perno del fianco sud, non solo un partecipante. Questo comporta responsabilità operative e, soprattutto, una trasformazione mentale: sicurezza marittima come politica industriale, energetica e infrastrutturale, non solo come difesa.
Il Krasnodar vicino alla Sicilia non è un incidente di rotta: è un atto dentro una strategia. La risposta italiana non cerca lo scontro, ma fa la cosa più importante in una competizione lunga: osserva, registra, dissuade con la presenza e protegge il sistema di flussi che tiene in piedi economia e sicurezza. Nel Mediterraneo di oggi, la potenza non è solo chi colpisce. È chi sa vedere, chi sa seguire e chi sa impedire che il mare diventi un’arma contro la normalità.