di Giovanni Caruselli/em> –
Se fosse vero, come sostiene il Washington Post, che l’offensiva ucraina nel Kursk abbia l’obiettivo di far naufragare eventuali trattative di pace, l’attacco di Kiev sul territorio russo potrebbe essere l’episodio più grave, e significativo, del conflitto come si è svolto fino ad oggi. Che lo scontro russo-ucraino sia in parte una guerra per procura è abbastanza accettato dalla maggioranza degli analisti politici. Ma in questo caso che cosa vogliono i burattinai, siano essi gli Usa, la Ue o anche Mosca stessa ? Si è detto che la guerra sia stata scatenata per cancellare la possibilità di un avanzamento delle intese commerciali fra l’Europa e la Russia, e l’attacco al North Stream lo dimostrerebbe indirettamente. In questo caso la guerra avrebbe lo scopo evidente di indebolire Mosca in maniera determinante, consegnarla nelle mani di Pechino e lasciarle svolgere il ruolo secondario di potenza regionale fuori dall’Europa e dal Mediterraneo. Il retropensiero di questo concetto è che la Russia non ha una leadership politica che vuole la pace e agisce secondo una logica imperialistica di vecchia data che serve a tenere a freno l’opposizione interna. A sostegno di questa tesi abbiamo circostanze indiscutibili, come l’estensione a Est della Nato, che non era prevista ai tempi del crollo dell’Urss, e il regime da dittatura militare che Putin ha implementato dopo il Duemila varando leggi sempre più liberticide.
Ma dopo l’attacco alla regione di Kursk altre considerazioni sono da analizzare. Da un punto di vista militare l’azione non ha molto senso, perché sono stati presi villaggi che non hanno alcun interesse ne’ tattico ne’ strategico. Dal punto di vista psicologico e propagandistico la questione è diversa. Il fallimento dell’offensiva di primavera e la minaccia di Trump, se eletto, di sospendere gli aiuti a Kiev avevano messo paura e diffuso pessimismo. Bisognava dimostrare che l’arrivo e il primo utilizzo delle armi occidentali avrebbero cambiato gli scenari della guerra e in parte ciò si è dimostrato vero. Diciamo in parte perchè l’aspetto determinante dell’avanzata è stato l’ottimo addestramento delle truppe ucraine che si sono infiltrate con i mezzi più diversi – con i soldati in abiti civili su vecchi autocarri – nelle zone chiave di un’area che ha nella centrale nucleare di Kursk l’unico elemento di rilevante importanza. In piccoli gruppi sull’esempio delle task force, sempre in contatto fra loro, non hanno offerto alcun bersaglio che potesse essere colpito dall’artiglieria russa o bombardato dall’aviazione. Sicuramente la conoscenza del territorio avrà giocato un ruolo cruciale in tutta l’operazione e siamo convinti che alla preparazione di queste truppe scelte non siano stati estranei gruppi di consiglieri militari occidentali. Ciò perché sembra che si sia giocato sulle debolezze della macchina bellica ex sovietica. Essa conosce sostanzialmente due tipi di avanzata: lo scontro frontale, senza molta attenzione per i costi umani, come contestato dai capi della ex Wagner, oppure la formulazione di azioni rapide per conseguire obiettivi specifici di cui sono informati solo i gruppi incaricati di portarle a termine. Sotto questo aspetto le operazioni portate avanti nel 2014 in Crimea per assumerne il controllo ne mostrarono l’efficacia. Ma i gruppi che ricevono gli ordini dal Cremlino non comunicano fra loro, anzi sono spesso in competizione fra loro, e questo impedisce quel coordinamento che nelle strategie militari di lunga durata è insostituibile. La ragione di ciò è più politica che militare. È noto che l’assoluto controllo dei vertici dell’esercito di Mosca sulle scelte strategiche che devono restare segrete, impone una forte limitazione alle comunicazioni durante le azioni in corso. Gli ufficiali in seconda non hanno la possibilità di operare in maniera autonoma a secondo delle situazioni che vengono a crearsi ora dopo ora sulla linea del fuoco. Devono intervenire in prima linea i generali e gli altri alti ufficiali con i tempi che ciò richiede e questo spiega l’esorbitante numero di vittime fra essi che si contarono all’inizio della guerra. In sintesi: l’armata russa non possiede quella flessibilità e quella intelligenza condivisa delle situazioni che rende efficaci le manovre belliche.
Dal punto di vista ucraino c’è qualcos’altro che, come dicevamo, può fare della manovra di Kursk una svolta nella guerra. Fin dall’inizio di essa si è sentito risuonare da tutte le fonti l’ammonimento a non superare la linea rossa che avrebbe fatto scivolare tutti verso la catastrofe o addirittura l’olocausto nucleare. Dopo lo sconfinamento di Kiev in territorio russo questa linea sembra sempre più sbiadita e non se ne capisce bene il perchè. Gli americani di fatto hanno autorizzato l’esercito ucraino a usare i missili a lunga gittata sul territorio russo, cedendo alle insistenti richieste di Zelensky? La distruzione di tre ponti lungo il fiume Seym nella regione di Kursk, che renderà difficile l’evacuazione della popolazione civile, sarebbe stata accettata senza commenti in passato dalla Casa Bianca? Certo, gli attacchi a ospedali, scuole, centrali elettriche ucraine costituiscono una autorizzazione di fatto a fare altrettanto in territorio russo. Ma è questa la strada giusta? E poi non dimentichiamo che le elezioni americane si avvicinano e si dice che in questo periodo il presidente Biden sarà come un’anatra zoppa. Si tratta di coincidenze? Lo speriamo.












