di Giuseppe Gagliano –
La domanda su cosa voglia davvero il Cremlino non può essere ridotta alla sola guerra in Ucraina. Mosca guarda al quadro complessivo: alle tensioni tra Stati Uniti ed Europa, alle incertezze della NATO, alle nuove frontiere strategiche che si aprono nell’Artico e alle divisioni che attraversano il blocco occidentale.
In questo spazio di fratture, la Russia non ha bisogno di vincere ogni partita. Le basta che l’Occidente perda coesione.
L’idea che Washington possa rivendicare un ruolo più assertivo sulla Groenlandia viene letta dal Cremlino come un segnale di espansione dell’influenza statunitense nell’Artico. Se l’attenzione americana si sposta verso il Nord, la Russia interpreta questa dinamica come una minaccia potenziale, ma anche come un’opportunità: un nuovo terreno di rivalità capace di assorbire risorse, attenzione e consenso politico occidentale.
Per Mosca, l’Artico non è simbolo, ma infrastruttura di potere: rotte marittime, risorse energetiche, proiezione navale, controllo di territori strategici. Negli ultimi anni il Cremlino ha investito miliardi in rompighiaccio, sottomarini a propulsione nucleare, navi per la navigazione in acque ghiacciate, porti e aeroporti artici. È un progetto di lungo periodo, che mira a consolidare una presenza strutturale e difficilmente reversibile.
Nonostante il rumore mediatico sull’Artico e sulle tensioni con gli Stati Uniti, la priorità del Cremlino resta l’Ucraina. È lì che si gioca il confronto decisivo con l’Occidente.
Mosca osserva con attenzione il rapporto tra Washington e gli alleati europei, consapevole che la dipendenza di Kiev dagli armamenti statunitensi e dai finanziamenti europei rappresenta una vulnerabilità politica prima ancora che militare. Ogni divisione transatlantica, ogni disputa sulle spese per la difesa, ogni tensione commerciale tra partner occidentali è, dal punto di vista russo, un moltiplicatore di vantaggio.
Le divergenze tra europei e statunitensi, sia sulla gestione della guerra sia sulle priorità industriali e militari, vengono lette a Mosca come un segnale incoraggiante.
Se gli europei discutono su chi debba pagare il costo della guerra, su quali industrie debbano beneficiare delle commesse militari, o su quanto spingersi nel sostegno a Kiev, il Cremlino vede materializzarsi il suo obiettivo storico: indebolire il fronte euro-atlantico senza dover ricorrere a un confronto diretto.
Da questo punto di vista, le polemiche occidentali non sono un problema per Mosca, ma un dono. Più il dibattito si accende tra alleati, più si riduce la pressione strategica sulla Russia e più aumenta il margine di manovra diplomatica e militare del Cremlino.
In questa dinamica emerge una convergenza inattesa: le mosse statunitensi che rafforzano la presenza americana nell’Artico o che mettono sotto stress il rapporto con gli alleati europei finiscono, indirettamente, per servire gli interessi russi.
Non si tratta di un’alleanza, ma di un allineamento di effetti: mentre Washington persegue la propria agenda di potenza, Mosca beneficia delle ricadute politiche sulle relazioni transatlantiche.
Per Putin, la rivalità con gli Stati Uniti nell’Artico è reale, ma il vero guadagno sta altrove: nel logoramento della coesione occidentale e nella possibilità di affrontare il dossier ucraino con un fronte avversario meno compatto.
La strategia russa non è costruita su colpi di teatro, ma su pazienza, attrito e sfruttamento delle contraddizioni altrui.
Mentre l’Occidente si divide tra Ucraina, Artico, spese militari e priorità industriali, Mosca persegue un obiettivo coerente: guadagnare tempo, spazio e influenza, lasciando che siano gli avversari a indebolirsi da soli.
In questa prospettiva, la vera inusitata convergenza strategica non è un accordo tra potenze rivali, ma il fatto che le tensioni interne all’Occidente finiscano per rafforzare, indirettamente, la posizione del Cremlino.
















