di Giuseppe Gagliano –
Il colosso petrolifero russo Lukoil, secondo produttore nazionale di greggio, si trova nel pieno di una crisi internazionale che minaccia la sua sopravvivenza fuori dai confini russi. Le sanzioni imposte da Washington e il rifiuto del Dipartimento del Tesoro americano di approvare la vendita degli asset stranieri al trader svizzero Gunvor hanno provocato il blocco di una parte consistente delle sue attività globali, che spaziano dall’Iraq all’Europa, dall’Asia centrale fino ai Balcani.
Il colpo più grave arriva dal Medio Oriente, dove Lukoil gestisce il gigantesco giacimento di West Qurna-2, 65 chilometri a nord-ovest di Bassora. Con una capacità produttiva di circa 480.000 barili al giorno – pari al 9% dell’intera produzione irachena – il sito rappresenta la risorsa estera più preziosa del gruppo russo. Ma le sanzioni americane hanno spinto Baghdad a sospendere ogni pagamento in contanti e in petrolio alla compagnia, costringendola l’11 novembre a dichiarare la “forza maggiore”, ossia l’impossibilità di proseguire le operazioni per cause esterne.
Secondo funzionari del Ministero del Petrolio iracheno, se la situazione non verrà risolta entro sei mesi Lukoil interromperà del tutto la produzione e abbandonerà il progetto. Nel frattempo, circa quattro milioni di barili destinati ai pagamenti in natura per il mese di novembre sono stati cancellati. La compagnia statale SOMO non potrà firmare nuovi contratti con Lukoil finché non sarà definito un meccanismo di compensazione verso entità non colpite dalle sanzioni.
La crisi si inserisce nella strategia americana di pressione economica contro il Cremlino. Il tentativo di Lukoil di cedere le proprie attività estere a Gunvor, una delle principali società di commercio di materie prime con sede a Ginevra, è naufragato dopo l’intervento diretto del Dipartimento del Tesoro. Washington teme che la vendita possa costituire un canale di elusione delle sanzioni e garantire comunque introiti al governo russo.
Di fatto, Lukoil è oggi l’azienda russa più esposta ai mercati internazionali: produce mezzo milione di barili al giorno al di fuori del territorio nazionale e detiene quote in progetti strategici in Azerbaigian e Kazakistan. Il blocco americano segna dunque un colpo durissimo alla sua rete globale e alla capacità della Russia di mantenere influenza nei mercati energetici emergenti.
A complicare il quadro, il governo iracheno ha imposto la sospensione dei contratti e congelato ogni pagamento verso la compagnia finché non sarà ridefinita la cornice legale delle operazioni. Lukoil ha tentato di proteggersi invocando la forza maggiore, nel tentativo di evitare sanzioni per inadempienza contrattuale, ma ha già sospeso i contratti con tutto il personale straniero non russo. Nei giacimenti, resteranno solo tecnici russi e iracheni, segno dell’isolamento operativo crescente della compagnia.
Anche in Europa la pressione cresce. In Bulgaria, il primo ministro Rosen Zhelyazkov ha annunciato controlli rafforzati e l’avvio della procedura per il sequestro della raffineria Neftohim Burgas, la più grande dei Balcani, di proprietà della stessa Lukoil. Con una capacità di 190.000 barili al giorno, la raffineria di Burgas è un nodo vitale per l’approvvigionamento energetico regionale. Sofia ha approvato un pacchetto legislativo che consente allo Stato di rilevarla e venderla a un nuovo operatore, chiudendo così un altro canale d’influenza russa nel sud-est europeo.
La decisione americana di colpire Lukoil e Rosneft rientra nella più ampia offensiva del presidente Donald Trump volta a ridurre le fonti di finanziamento del conflitto in Ucraina. Washington mira a spezzare le connessioni internazionali del settore energetico russo, privandolo dell’accesso ai mercati occidentali e alle valute forti. Ma l’impatto delle sanzioni va oltre il piano economico: si tratta di un segnale politico indirizzato a tutti i Paesi che ancora intrattengono relazioni energetiche con Mosca.
L’Iraq, stretto tra l’alleanza con gli Stati Uniti e la cooperazione energetica con la Russia, si trova ora costretto a ricalibrare le proprie priorità strategiche. Allo stesso modo, la Bulgaria e altri Paesi dell’Europa orientale accelerano il processo di “de-russificazione” delle proprie infrastrutture, riducendo la dipendenza da un attore percepito come instabile e politicamente tossico.
La parabola di Lukoil illustra con chiarezza la fragilità del modello energetico russo in un contesto di isolamento crescente. La combinazione di sanzioni, guerre e perdita di mercati mette in discussione la sostenibilità delle compagnie che avevano costruito la propria fortuna sull’espansione internazionale. La dichiarazione di forza maggiore a West Qurna-2 non è solo un atto tecnico: è la manifestazione concreta di una crisi geopolitica che colpisce al cuore l’economia russa e ridisegna gli equilibri energetici globali.
Se l’obiettivo americano è quello di strangolare le entrate petrolifere di Mosca, la strategia sembra produrre risultati tangibili. Ma resta da vedere se la ristrutturazione forzata del mercato energetico mondiale non finirà per generare nuove dipendenze e tensioni, spostando semplicemente il baricentro del potere dal Cremlino ad altre capitali. In ogni caso, l’era della Lukoil come simbolo della globalizzazione russa sembra ormai al tramonto.












