di Giuseppe Gagliano

Mosca rilancia i rapporti economici con gli Stati Uniti ma resta irremovibile sul conflitto in Ucraina, tracciando una linea sempre più esplicita: separare business e guerra. Il Cremlino, attraverso il portavoce Dmitry Peskov, contesta l’approccio di Washington che lega la cooperazione economica a un accordo di pace, sostenendo che entrambe le parti stanno perdendo opportunità e profitti. Non si tratta però di un’apertura politica, bensì di una proposta selettiva per riattivare gli scambi senza risolvere il nodo strategico del conflitto.

L’obiettivo russo è chiaro: normalizzare le relazioni economiche mentre la guerra prosegue o si stabilizza su posizioni favorevoli a Mosca. Una strategia che punta a far leva sui costi della rottura con l’Occidente e sulla possibilità che gli interessi economici tornino a prevalere sulle posizioni politiche. In questa visione, la pace diventa un processo diluito nel tempo, mentre si tenta di riaprire i canali industriali ed energetici più redditizi.

Segnali in questa direzione arrivano anche dagli Stati Uniti. L’incontro tra una delegazione russa e alcuni membri del Congresso, promosso dall’ufficio della deputata repubblicana Anna Paulina Luna, evidenzia l’esistenza di spazi di interlocuzione politica nonostante la guerra in corso. Le reazioni critiche di altri parlamentari confermano però quanto il tema resti divisivo, offrendo a Mosca margini per sfruttare le fratture interne al fronte occidentale.

Sul piano energetico, il Cremlino mantiene un approccio pragmatico. Peskov ha escluso azioni contro gli interessi americani nel Caspian Pipeline Consortium, dove operano anche grandi compagnie statunitensi, ribadendo la volontà di restare un attore affidabile nei mercati globali. Un messaggio preciso: la competizione militare può coesistere con la tutela degli interessi economici condivisi.

Diversa la situazione interna. Il peso della guerra sull’economia russa cresce, con un aumento della spesa militare e una pressione fiscale più forte sulle grandi imprese. Il conflitto sta diventando una componente strutturale del bilancio statale, riducendo gli spazi per lo sviluppo civile e rendendo ancora più urgente, per Mosca, riaprire almeno parte dei canali economici internazionali.

Dall’altra parte, Washington ribadisce la propria linea. Gli Stati Uniti negano qualsiasi pressione su Kiev per cedere territori e confermano che eventuali garanzie di sicurezza arriveranno solo a guerra conclusa. Una posizione che segnala limiti chiari al sostegno occidentale e lascia intendere che le priorità americane potrebbero cambiare in caso di nuove crisi.

Nel complesso, la Russia sta portando avanti una strategia articolata: continuare la pressione militare, proporsi come partner economico ancora rilevante e alimentare nell’Occidente l’idea che separare guerra e affari sia possibile. Una manovra che punta a logorare la coesione occidentale più sul piano politico ed economico che su quello militare.

Il messaggio è rivolto anche all’Europa: se gli Stati Uniti dovessero riaprire agli affari con Mosca, i Paesi europei rischierebbero di restare isolati e penalizzati. In questa chiave, la guerra diventa anche uno strumento per ridefinire i futuri equilibri economici e geopolitici.

Resta infine il paradosso centrale della strategia russa: chiedere cooperazione economica mentre prosegue un conflitto che mina ogni fiducia politica. Per il Cremlino, però, non è una contraddizione. L’obiettivo non è ricostruire fiducia, ma dimostrare che la convenienza economica può prevalere sulla guerra. Se questa linea dovesse attecchire in Occidente, Mosca avrebbe già ottenuto un risultato strategico decisivo.