di Guido Keller –
Mosca esclude un congelamento della guerra in Ucraina lungo l’attuale linea di contatto. A ribadirlo è stato oggi Jurij Ušakov, consigliere del presidente russo Vladimir Putin per la politica estera, confermando una posizione che negli ultimi giorni era già stata espressa con particolare nettezza dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov.
Interpellato dall’emittente Rossija 1 sulla possibilità che il conflitto possa essere fermato mantenendo sostanzialmente le attuali posizioni delle due forze armate, Ušakov ha risposto: “Conoscete la nostra posizione, lo esclude”.
Le parole del consigliere presidenziale assumono particolare rilevanza perché arrivano mentre tornano a intensificarsi i tentativi diplomatici statunitensi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha riferito nei giorni scorsi di avere consegnato ai negoziatori americani nuove proposte per arrivare alla conclusione della guerra, mentre Steve Witkoff e Jared Kushner sono attesi nell’ambito di nuovi contatti con Kiev e Mosca.
La posizione espressa da Ušakov non rappresenta tuttavia una novità. Il 14 agosto Lavrov aveva già respinto l’ipotesi di interrompere le operazioni militari sull’attuale linea del fronte, sostenendo che una semplice tregua non sarebbe sufficiente e che Mosca intende arrivare a una soluzione “a lungo termine, affidabile e sostenibile”.
Il Cremlino continua infatti a sostenere che qualsiasi accordo debba affrontare quelle che Putin definisce le “cause profonde” del conflitto. Una formulazione che, nella posizione negoziale russa, comprende non soltanto la questione territoriale, ma anche lo status internazionale dell’Ucraina, la sua eventuale adesione alla Nato, le garanzie di sicurezza e il futuro assetto militare del paese. Già il viceministro degli Esteri Michail Galuzin aveva affermato che non sarebbe stato possibile alcun congelamento senza affrontare tali questioni.
La linea russa sembra quindi andare oltre il semplice consolidamento delle conquiste territoriali ottenute sul campo. Mosca non considera l’attuale fronte come il punto necessariamente definitivo sul quale costruire un armistizio e teme che una sospensione delle ostilità possa consentire all’Ucraina di ricostituire le proprie capacità militari senza produrre un accordo politico complessivo.
Anche nel Mar Nero sono emersi negli ultimi giorni segnali della stessa impostazione. Secondo Reuters, Kiev avrebbe fatto arrivare attraverso un intermediario la proposta di una sospensione reciproca degli attacchi contro obiettivi civili e navigazione commerciale. Mosca ha dichiarato di non avere ricevuto formalmente la proposta e la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha respinto l’idea di soluzioni parziali al conflitto.
Da parte ucraina l’obiettivo dichiarato resta invece quello di aumentare la pressione internazionale sulla Russia e ottenere garanzie di sicurezza sufficienti prima di qualsiasi accordo. Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti un maggiore sostegno alla difesa aerea e una pressione più forte su Mosca affinché accetti un percorso negoziale.
Dietro la disputa sulla linea di contatto si trova quindi una divergenza molto più profonda sulla natura stessa di un eventuale accordo. Un cessate-il-fuoco potrebbe fermare temporaneamente i combattimenti senza risolvere le questioni territoriali e di sicurezza; Mosca sostiene invece che la sospensione delle operazioni debba essere conseguenza di un’intesa politica complessiva e non il suo punto di partenza.
Le dichiarazioni di Ušakov rafforzano così quanto Lavrov aveva anticipato pochi giorni prima: nella posizione attuale del Cremlino non sembra esserci spazio per una soluzione modellata su un conflitto congelato. Se questa impostazione resterà invariata, il margine per una tregua immediata appare ristretto e la diplomazia statunitense dovrà cercare un’intesa su questioni sostanziali prima di poter ottenere una cessazione stabile delle ostilità.
Il rischio è che l’assenza di un compromesso trasformi il negoziato in un ulteriore elemento della pressione militare. Mosca può ritenere che il proseguimento delle operazioni migliori la propria posizione al tavolo, mentre Kiev ha interesse a impedire che eventuali concessioni territoriali vengano considerate definitive. È proprio questa incompatibilità a rendere difficile il passaggio dalla disponibilità dichiarata al negoziato a un effettivo cessate-il-fuoco.



