
di Gianluca Vivacqua –
A un certo punto, all’indomani di quel cruciale 24 febbraio 2022, invasione russa dell’Ucraina, rileggere le memorie di Robert Lansing o di Cordell Hull, segretari di Stato rispettivamente di Wilson e Roosevelt, pareva che fosse particolarmente opportuno per Blinken. O magari era lo stesso Blinken a reputarlo utile. Perché da un giorno all’altro, anche se di avvisaglie ce n’erano state, in quel quadrante dello scacchiere geopolitico compreso tra il Mar Nero settentrionale, il mar d’Azov e la regione del Dnepr, il segretario di Stato di Biden si trovava a essere nella stessa difficile posizione dei suoi illustri predecessori dell’epoca della Prima e della Seconda guerra mondiale. Erano tempi, quelli di Lansing e di Hull, in cui gli Usa ponevano le basi della loro egemonia oltre Atlantico ed erano ancora obbligati a valutare se fosse meglio scendere direttamente in campo o intervenire come grande alleato foraggiatore e finanziatore dell’Europa occidentale. L’America di Blinken non aveva certo la necessità di sviluppare un’egemonia nel Vecchio Continente, eppure di fronte a un nuovo conflitto rovinoso nel cuore di esso si riscopriva con le stesse incertezze di quando stava alla finestra. La vera differenza tra Lansing, Hull e Blinken è che, nel caso dei primi due, un certo andamento delle cose non poté non decretare che, alla fine, gli Usa dovessero impegnarsi in prima linea; la “fortuna” di Blinken consistette invece nel fatto che egli ebbe a che fare con tutt’altro andamento: il conflitto russo-ucraino infatti, lungi dal divenire una “panpolemia”, assai presto si cecenizzò, secondo il classico modo di fare le guerre di Putin. Dunque l’amministrazione Biden ebbe modo di continuare a fare il fornitore esterno di aiuti a Kiev fino alla fine del mandato, che però non coincise con la fine della guerra. La patata bollente ucraina passò all’amministrazione Trump, come anche quella mediorientale (7 ottobre 2023, altra data da tregenda). È così che ricorderemo Anthony Blinken, come un consegnaguai? O c’è dell’altro? Ne parliamo con la collega Laura Santilli, caporedattore per il Nord America de lo Spiegone.
– Che giudizio si può dare dell’operato di Blinken? Dopo l’era Trump pensa sia stato un segretario di Stato di restaurazione?
“La definizione e quindi il giudizio dell’operato di una figura politica richiedono la considerazione di più livelli di confronto sulle diverse scelte, sia in politica estera, sia in politica interna. Ogni scelta e ogni sua conversione in azione politica è anche il frutto di un insieme di volontà, di visioni differenti e spesso, soprattutto nel caso degli Stati Uniti, di pressioni e interessi, economici in prima battuta. Credo sia importante, dunque, cercare di guardare dall’alto il periodo storico e politico che si vuole prendere in considerazione e provare a fare un esercizio: allargare il livello di complessità dell’analisi, provando a resistere alla semplificazione che fa di un uomo solo, Blinken in questo caso, la fonte delle gioie e dei dolori della politica estera di un Paese. L’ex Segretario di Stato e l’amministrazione Biden nel suo insieme, hanno scelto di portare avanti, soprattutto nei primi due anni e mezzo del mandato, un’intensa attività diplomatica, in modo particolare nei confronti della Cina. Il primo esempio in questo senso è stato la volontà di evitare un conflitto militare aperto con la Cina, nonostante il grave incidente che vide un pallone aerostatico cinese sorvolare il territorio statunitense. La decisione di voler far tornare gli Stati Uniti ad avere un ruolo di primo protagonista all’interno delle alleanze globali, dopo gli anni di presidenza Trump, indica una chiara continuità con la tradizione democratica della politica estera statunitense. Negli ultimi due anni e mezzo di mandato, poi, l’amministrazione Biden ha deciso di intraprendere scelte in politica estera che non hanno mai nascosto il grave e pericoloso, ma ormai pronamente accettato dalla maggioranza dei governi mondiali, utilizzo di un doppio standard del diritto internazionale e della sua declinazione umanitaria.
Questa non è una novità della politica estera statunitense, ma nel mandato della presidenza Biden questa strumentalizzazione si è esacerbata fino a normalizzarsi. Se da un lato il Segretario di Stato ha da subito lavorato per un concreto sostegno militare ed economico all’Ucraina, ponendone alla base il rispetto della democrazia e dei diritti umani, dall’altro è stato scelto un completo immobilismo nei confronti del genocidio palestinese.
Le scelte contrastanti compiute rivelano una ambiguità di fondo nel mandato di Blinken come Segretario di Stato, ambiguità di cui, forse, il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan e la rapida riconquista del Paese da parte dei talebani è l’immagine più rappresentativa”.
– Si può parlare di una dottrina Blinken per il Medio Oriente e l’Ucraina?
”No, non parlerei di dottrina Blinken né per l’Ucraina, né per il Medio Oriente.
La difficoltà più evidente della politica estera statunitense degli ultimi venti anni è proprio quella di non avere una strategia di medio e lungo periodo in politica estera, prima di tutto dal punto di vista strategico, poi militare e politico. Ogni crisi diplomatica, ogni conflitto armato viene affrontato procedendo per inciampi, alcuni più che rovinosi. Anche negli anni del mandato di Blinken c’è un’evidente predominanza del Pentagono in materia di politica estera con conseguenti fallimenti nelle richieste di cessate il fuoco sia in Ucraina, sia in Medio Oriente. Soprattutto per quanto riguarda il Medio Oriente, Blinken si è mosso su un percorso tracciato da lungo tempo nella politica estera statunitense: il supporto e la totale difesa di Israele”.











