di Giuseppe Gagliano –
Il Senegal entra in una delle fasi politiche più delicate degli ultimi anni dopo la destituzione del primo ministro Ousmane Sonko da parte del presidente Bassirou Diomaye Faye e lo scioglimento del governo. La crisi segna la rottura dell’alleanza che nel 2024 aveva portato al potere una nuova classe dirigente nata dalla protesta contro il vecchio sistema politico e dalla promessa di maggiore sovranità economica.
Faye e Sonko erano stati i simboli della svolta senegalese. Entrambi ex funzionari fiscali ed entrambi incarcerati prima delle elezioni, avevano costruito il consenso su un programma fondato sul controllo delle risorse nazionali, sulla riduzione della dipendenza dai creditori internazionali e sul sostegno alle fasce popolari. Oggi quella intesa appare definitivamente incrinata.
Il presidente ha rimosso il premier e i ministri, lasciando al governo uscente soltanto la gestione degli affari correnti. Sonko, però, non sembra intenzionato a uscire di scena. Con il suo messaggio pubblico sulla possibilità di dormire “con il cuore leggero” nella residenza di Keur Gorgui, l’ex premier ha trasformato il licenziamento in una sfida politica diretta, preparandosi a tornare al centro del confronto con il proprio elettorato.
Alla base dello scontro c’è soprattutto la crisi economica. Il Fondo monetario internazionale ha congelato un programma di prestiti da 1,8 miliardi di dollari dopo la scoperta di dati errati sul debito pubblico, che alla fine del 2024 avrebbe raggiunto il 132 per cento del Pil. Dakar si trova così davanti a un dilemma: rispettare le richieste dei creditori internazionali oppure evitare misure socialmente esplosive.
Il ministro delle Finanze Cheikh Diba aveva annunciato la ripresa dei colloqui con il Fondo monetario per arrivare rapidamente a un accordo, ma Sonko si opponeva sia alla ristrutturazione del debito sia a provvedimenti impopolari come l’aumento del prezzo dei carburanti. Il tema dei sussidi energetici è diventato centrale: un eventuale aumento del petrolio fino a 115 dollari al barile potrebbe far esplodere la spesa pubblica oltre le previsioni di bilancio.
La frattura riguarda anche il controllo delle risorse strategiche. Sonko aveva promosso la revisione degli accordi petroliferi, gassiferi e minerari, sostenendo che il Senegal dovesse recuperare maggiore sovranità economica. Nel mirino c’era soprattutto il progetto Greater Tortue Ahmeyim, sviluppato tra Senegal e Mauritania anche con la partecipazione di BP. L’ex premier aveva definito iniqui alcuni contratti energetici e aveva già revocato decine di licenze minerarie.
Dietro la crisi emerge così uno scontro tra due visioni dello Stato. Da una parte Faye, orientato a rassicurare i mercati e a riaprire il dialogo con il Fondo monetario internazionale. Dall’altra Sonko, interprete di una linea più radicale e nazionalista, contraria a scaricare sulla popolazione il peso dell’aggiustamento finanziario.
La crisi rischia ora di estendersi alle istituzioni. Il partito Pastef, legato a Sonko, mantiene infatti una forte presenza nell’Assemblea nazionale, rendendo più difficile per il presidente approvare eventuali riforme economiche imposte dai creditori internazionali. Inoltre, le recenti modifiche al codice elettorale potrebbero consentire a Sonko di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2029, trasformandolo nel principale leader dell’opposizione.
Il confronto assume anche una dimensione regionale. Il Senegal è considerato uno dei Paesi più stabili dell’Africa occidentale, ma la crisi si inserisce in un contesto segnato dal declino dell’influenza francese, dalla crescita dei nazionalismi economici africani e dall’avanzata di nuove potenze nel continente. A differenza di Mali, Burkina Faso e Niger, dove la rottura con Parigi ha assunto forme militari, in Senegal il conflitto resta per ora istituzionale e politico.
La caduta di Sonko rappresenta quindi il primo vero banco di prova del nuovo potere nato nel 2024. Faye deve dimostrare di poter governare senza il leader che gli aveva trasferito gran parte del consenso popolare. Sonko, invece, può tentare di trasformarsi nel tribuno dell’opposizione contro il Fondo monetario, le compagnie energetiche e i compromessi del governo.
Sul tavolo restano le questioni decisive per il futuro del Paese: il debito, il prezzo del carburante, il controllo del gas offshore, i rapporti con i creditori internazionali e la gestione delle risorse strategiche. Il Senegal si trova così davanti a una sfida complessa: conciliare stabilità politica, sostenibilità finanziaria e sovranità economica senza precipitare in una nuova stagione di tensioni interne.












