di Giuseppe Gagliano –
Le tensioni politiche in Serbia si sono trasformate in scontro fisico all’interno del Parlamento. Tre deputati sono rimasti feriti dopo che alcuni esponenti dell’opposizione hanno lanciato bombe fumogene e tentato di interrompere una sessione parlamentare. L’episodio è solo l’ultima manifestazione di un clima politico teso, che ha visto nelle ultime settimane proteste di massa contro il governo di Aleksandar Vucic, accusato di autoritarismo e di manipolazione del processo democratico.
Secondo i media serbi lo scontro è iniziato quando un deputato dell’opposizione ha cercato di prendere la parola senza il permesso della presidenza dell’Assemblea nazionale. A quel punto i suoi colleghi hanno acceso bombe fumogene colorate e srotolato uno striscione chiedendo le dimissioni di Vucic. I parlamentari del Partito Progressista Serbo (SNS), che sostiene il presidente, hanno risposto sventolando bandiere nazionali.
Mentre all’interno dell’aula volavano insulti e oggetti, all’esterno centinaia di manifestanti si sono radunati davanti all’edificio, lanciando uova contro l’ingresso del Parlamento. Le immagini dell’aula invasa dal fumo hanno rapidamente fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulla crescente polarizzazione politica del Paese.
La Serbia vive da mesi una crisi politica profonda, con un governo sempre più contestato e un’opposizione che fatica a trovare una guida unitaria. L’episodio in Parlamento è solo l’ultima fiammata in un Paese spaccato, dove il controllo del potere sembra ormai il principale obiettivo di entrambe le parti.
A gennaio il primo ministro Milos Vucevic ha rassegnato le dimissioni dopo settimane di proteste in seguito al crollo di una tettoia nella stazione di Novi Sad, un incidente che ha causato 15 morti. L’opposizione ha colto l’occasione per accusare il governo di corruzione e negligenza, alimentando un’ondata di proteste che ha paralizzato la Serbia.
Da allora, ogni giorno migliaia di cittadini si sono riversati nelle strade per chiedere elezioni anticipate e una revisione del sistema politico. Il movimento di protesta è cresciuto con il supporto degli studenti universitari, che hanno occupato le facoltà in segno di dissenso.
Di fronte alla mobilitazione popolare il presidente Vucic ha denunciato un complotto orchestrato dall’occidente. Secondo il leader serbo le proteste sarebbero finanziate da governi stranieri per destabilizzare il Paese e costringerlo ad allinearsi maggiormente all’Unione Europea e alla NATO.
“Stanno cercando di organizzare una rivoluzione colorata in Serbia”, ha dichiarato Vucic, facendo riferimento ai movimenti di protesta che hanno portato alla caduta di governi filo-russi in Ucraina e Georgia. “Hanno già speso 3 miliardi di euro per rovesciare il mio governo”.
Queste affermazioni trovano eco nel ministro della Difesa Aleksandar Vulin, che accusa l’opposizione di non avere alcuna proposta politica concreta, ma solo l’obiettivo di creare caos.
Nonostante il pugno duro del governo, le proteste non accennano a diminuire. La Serbia si trova a un bivio: da un lato, un presidente forte che ha consolidato il suo potere negli anni, dall’altro un’opposizione frammentata ma galvanizzata dalla rabbia popolare.
Se il governo non troverà una via d’uscita, il rischio è che il Paese precipiti in una crisi istituzionale ancora più grave, con possibili ripercussioni anche sulla stabilità dei Balcani. E con l’Europa e la Russia che osservano con attenzione, la Serbia si conferma ancora una volta il cuore di una battaglia geopolitica più ampia.












