Serbia in fiamme, Slovacchia in silenzio: la protesta che scuote i Balcani

di Giuseppe Gagliano –

In Serbia, le proteste iniziate nove mesi fa come silenziose veglie per le vittime del crollo della pensilina di Novi Sad, un disastro causato da corruzione e cattiva gestione, sono ormai esplose in violenza. Da Belgrado a Novi Sad, da Nis ad altre città, il Paese è scosso da scontri tra polizia, manifestanti e gruppi filogovernativi. Le finestre delle sedi del Partito Progressista Serbo vengono infrante, i lacrimogeni riempiono le strade, mentre la rabbia popolare raggiunge un punto di non ritorno. Il presidente Aleksandar Vucic ha ammesso che lo stallo con l’opposizione è entrato nella “fase delle percosse”: un riconoscimento implicito della gravità della crisi.
Molti analisti interni avvertono che la Serbia potrebbe avviarsi verso una instabilità cronica se il governo continuerà a ignorare le richieste della piazza. Vucic ha rifiutato di indire elezioni anticipate, preferendo resistere alle pressioni con la forza, e secondo diversi osservatori sarebbe disposto a sacrificare la pace civile pur di mantenere il potere. L’uso di tifoserie organizzate per infiltrare e provocare i manifestanti alimenta la sensazione che la protesta non sia solo uno scontro politico, ma un test sulla natura stessa dello Stato serbo: autoritario o democratico, centralizzato o aperto al cambiamento.
La crisi serba ha riverberi internazionali. In Vojvodina, dove vive una forte minoranza slovacca, la mostra fotografica sul movimento di protesta è stata vandalizzata e gli organizzatori aggrediti. È l’episodio che ha sollevato polemiche a Bratislava, dove l’opposizione accusa il premier Robert Fico di non aver difeso i propri connazionali. Michal Simecka, leader di Slovacchia Progressista, denuncia un governo che abbandona i cittadini slovacchi all’estero per non disturbare Vucic, consolidando così una rete di connivenze politiche tra i due Paesi.
Il premier slovacco, invece di intervenire, ha attaccato l’opposizione, accusandola di voler importare in Slovacchia lo “spettro di Maidan”. Una narrativa che gli consente di presentarsi come difensore della sovranità nazionale, in sintonia con Vucic e con il Cremlino. Fico ha sospeso le forniture militari ufficiali all’Ucraina, pur permettendo alle aziende private slovacche di arricchirsi con le esportazioni di armi, che nel 2024 hanno superato il miliardo di euro. Così il suo governo gioca su due tavoli: pacifista in patria, ma economicamente dipendente dal boom industriale generato dalla guerra.
Per Bratislava l’industria della difesa è diventata una leva di crescita, capace di creare posti di lavoro e attrarre fondi europei. Per Belgrado, invece, l’economia continua a soffocare sotto il peso della corruzione e dell’instabilità politica. Le proteste in Serbia sono nate da una tragedia infrastrutturale, ma si alimentano di un malessere sociale diffuso: salari bassi, mancanza di servizi, emigrazione giovanile. È qui che la crisi diventa geopolitica: da un lato una Slovacchia che trae vantaggio dalle guerre altrui, dall’altro una Serbia che rischia di esplodere a causa di un sistema incapace di riformarsi.
L’Unione Europea guarda con preoccupazione. Da un lato, la Serbia resta candidata all’adesione, ma la deriva autoritaria di Vucic la allontana da Bruxelles. Dall’altro, la Slovacchia, già membro dell’UE, utilizza il suo allineamento con Russia e Serbia come leva politica interna ed esterna. L’asse Belgrado-Bratislava, pur fondato su motivazioni diverse, si inserisce in una più ampia tendenza: i governi sovranisti dell’Europa centro-orientale che sfruttano la crisi ucraina per rafforzare la propria autonomia strategica, anche a costo di incrinare la solidarietà europea.
La Serbia e la Slovacchia raccontano due facce della stessa storia. A Belgrado, la società civile si ribella a un potere che non ascolta e reprime. A Bratislava, il governo utilizza la crisi altrui per consolidare la propria agenda politica ed economica. In mezzo, l’Europa osserva, consapevole che la stabilità balcanica non è un affare locale, ma un tassello cruciale degli equilibri continentali. Se Vucic continuerà a resistere e Fico a manovrare, i Balcani potrebbero tornare a essere non la periferia tranquilla dell’Europa, ma la sua spina nel fianco.