di Giuseppe Gagliano –
Il 20 settembre Belgrado ha ospitato la più imponente parata militare della sua storia recente. Diecimila soldati, 2.500 mezzi terrestri, navali e aerei, carri armati, sistemi missilistici e caccia hanno sfilato nel quartiere di Nuova Belgrado sotto lo slogan “Il potere dell’unità”. Un evento celebrato ufficialmente come Giornata dell’Unità Serba, della Libertà e della Bandiera Nazionale, ma che ha avuto un obiettivo politico molto più ampio: presentare al mondo una Serbia capace di collocarsi al centro delle dinamiche internazionali, oscillando fra l’aspirazione europea e le intese con Russia, Cina, Israele, Francia ed Emirati Arabi Uniti.
Il cuore del messaggio è la politica estera “multilaterale” di Belgrado. La Serbia coltiva il dialogo con Bruxelles per l’adesione all’Unione Europea, ma contemporaneamente stringe accordi militari con Mosca e Pechino, acquista droni da Israele e dagli Emirati, ordina 12 caccia Rafale dalla Francia. Il risultato è un mosaico che la rende interlocutore trasversale, capace di muoversi tra blocchi rivali senza scegliere un campo in modo definitivo.
La presenza di sistemi cinesi FK-3 e HQ-17AE, paragonabili ai russi S-300 e agli americani Patriot, segna un passaggio storico: la Serbia è il primo Paese europeo a integrarli nelle proprie forze armate, rafforzando un rapporto speciale con Pechino in un settore – la difesa missilistica – che incide direttamente sugli equilibri strategici continentali.
Il presidente Aleksandar Vučić ha presentato la parata come segno della capacità serba di difendere sovranità e indipendenza, un messaggio rivolto tanto agli attori esterni quanto all’opinione pubblica interna. La dimostrazione di forza, però, non è stata esente da critiche: l’opposizione ha accusato Vučić di utilizzare l’esercito come strumento di propaganda per consolidare il proprio potere, soprattutto in un momento di tensione sociale segnato da proteste contro corruzione e autoritarismo. La presenza della polizia antisommossa per impedire a studenti e attivisti di assistere all’evento conferma la dimensione politica interna della manifestazione.
Sul piano strategico, la parata invia un messaggio chiaro: la Serbia vuole essere percepita come attore regionale in grado di dissuadere aggressioni esterne e di mantenere autonomia decisionale. Ma c’è anche un forte elemento economico-industriale. Mostrare veicoli e armi di produzione nazionale in fase di sviluppo serve a promuovere l’industria bellica serba sui mercati internazionali, in un momento in cui la domanda globale di sistemi d’arma è in forte crescita a causa della guerra in Ucraina e delle tensioni mediorientali.
Belgrado tenta dunque di collocarsi come hub manifatturiero e logistico della difesa nei Balcani, puntando a rafforzare una politica industriale che si intreccia con la strategia geopolitica.
Il messaggio finale è che la Serbia non intende essere un semplice “candidato” all’ingresso nell’UE, né un satellite russo o cinese. Vuole piuttosto giocare un ruolo autonomo, sfruttando le sue relazioni trasversali per accrescere margini di manovra. Un equilibrismo che offre vantaggi ma anche rischi: il pericolo di rimanere intrappolati tra pressioni contrapposte, in un contesto in cui l’Europa e la NATO guardano con sospetto alla penetrazione cinese e russa nei Balcani.
La parata di Belgrado è stata dunque più di una celebrazione patriottica: un manifesto geopolitico. La Serbia mostra al mondo che può manovrare tra Est e Ovest, utilizzare la propria posizione geografica e politica come leva di potere e legittimazione. Ma resta aperta la domanda: fino a che punto questa strategia di multilateralismo controllato potrà garantire stabilità interna e protezione esterna, senza trasformarsi in un gioco rischioso in cui la Serbia finisce stritolata tra le grandi potenze?












