Serbia. L’ombra dell’FSB e le proteste, un bivio per Vucic e i Balcani

di Giuseppe Gagliano

La conferma del presidente serbo Aleksandar Vucic dell’arrivo di funzionari del Servizio Federale per la Sicurezza della Federazione Russa (FSB) per indagare sulle accuse di utilizzo di un “cannone sonoro” contro i manifestanti segna un momento cruciale per la Serbia. Le proteste, in corso da novembre 2024, sono nate in risposta a un tragico incidente a Novi Sad, dove 15 persone sono morte per il crollo di una struttura, e si sono trasformate in un movimento più ampio contro la corruzione e l’erosione delle istituzioni democratiche sotto la leadership di Vucic. La decisione di coinvolgere l’FSB, un’agenzia di sicurezza russa nota per il suo ruolo nella repressione interna e nelle operazioni di intelligence, solleva interrogativi su più fronti: politico, legale, strategico e militare.
Dal punto di vista giuridico le accuse di utilizzo di un “cannone sonoro”, un dispositivo che emette suoni a livelli superiori ai 160 decibel, potenzialmente causando danni all’udito, disorientamento e panico, durante una veglia silenziosa a Belgrado il 15 marzo 2025 rappresentano una grave violazione dei diritti umani, se confermate. La libertà di riunione pacifica è garantita dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, di cui la Serbia è firmataria, e l’uso di un’arma acustica contro manifestanti non violenti potrebbe configurare un abuso di potere. Video diffusi sui social media, come riportato da United 24, mostrano un rumore forte che causa panico tra la folla, e media locali come N1 hanno riferito che agenti di polizia sono stati visti lasciare l’area subito dopo l’incidente. Tuttavia, le autorità serbe, inclusi Vucic, il Ministero degli Interni e il Ministero della Difesa, hanno negato l’uso di tale tecnologia.
L’arrivo dell’FSB per condurre un’indagine solleva ulteriori dubbi sulla trasparenza e l’indipendenza del processo. L’FSB non è un’entità neutrale: è un’agenzia di sicurezza russa con una lunga storia di repressione di dissenso e operazioni contro i diritti civili. Coinvolgere un attore straniero, per di più proveniente da un Paese non democratico, in un’indagine su un caso che riguarda i diritti dei cittadini serbi mina la credibilità dell’inchiesta. Inoltre, la Serbia ha un obbligo legale di rispondere alle domande della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo entro il 31 marzo 2025, come riportato da European Western Balkans, e il coinvolgimento dell’FSB potrebbe essere percepito come un tentativo di eludere un’indagine imparziale. La coalizione di organizzazioni della società civile che ha presentato un ricorso alla Corte per conto di 47 cittadini serbi ha ragione a chiedere chiarezza: senza un’indagine indipendente, il rischio di insabbiamento è concreto.
Sul piano politico la decisione di Vucic di coinvolgere l’FSB è un segnale chiaro della sua strategia di bilanciare i rapporti tra Occidente e Russia, ma a costo di un crescente isolamento dall’Unione Europea. La Serbia è ufficialmente un candidato all’adesione all’UE, e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha ribadito il 26 marzo 2025 la necessità di riforme in materia di libertà dei media, lotta alla corruzione e riforma elettorale. Tuttavia l’incontro tra Vucic, von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, avvenuto pochi giorni dopo le proteste di Belgrado, ha suscitato polemiche. La deputata slovena Irena Joveva, insieme ad altri 32 parlamentari europei, ha criticato l’UE per aver dato a Vucic una piattaforma senza affrontare le richieste dei manifestanti, che coincidono con le stesse riforme richieste da Bruxelles.
Il vicepremier serbo Aleksandar Vulin, noto per le sue posizioni filorusse e per il concetto di “Mondo Serbo” – un’idea nazionalista che promuove l’unificazione dei territori serbi nei Balcani – rappresenta un ulteriore ostacolo al percorso europeo della Serbia. Le sue dichiarazioni, che hanno suscitato reazioni negative in Bosnia-Erzegovina e Kosovo, e il suo allineamento con gli interessi russi, per cui è stato sanzionato dagli Stati Uniti, mettono Vucic in una posizione scomoda. La commissaria europea per l’Allargamento Marta Kos ha espresso il desiderio che Vulin non faccia parte del futuro governo serbo, sottolineando l’incompatibilità tra le sue posizioni e i valori europei. Tuttavia, Vucic sembra riluttante a prendere le distanze da Vulin, probabilmente per non alienarsi la base nazionalista che lo sostiene.
Le proteste, che hanno visto la partecipazione di oltre 100.000 persone a Belgrado il 15 marzo 2025, rappresentano la più grande sfida al potere di Vucic in oltre un decennio. Il movimento, guidato da studenti e sostenuto da agricoltori, veterani e altri settori della società, non chiede solo giustizia per le vittime di Novi Sad, ma un cambiamento sistemico. La risposta di Vucic, accusare l’opposizione di disinformazione e coinvolgere l’FSB, rischia di alimentare ulteriormente il malcontento, rafforzando la percezione che il governo sia più interessato a proteggersi che a rispondere alle richieste dei cittadini.
Dal punto di vista strategico la Serbia di Vucic si trova in una posizione delicata, stretta tra la sua storica alleanza con la Russia e l’aspirazione a entrare nell’Unione Europea. Coinvolgere l’FSB in un’indagine interna è un segnale di fiducia verso Mosca, che ha già espresso il suo sostegno al governo serbo durante le proteste. Il 7 marzo scorso Vucic ha dichiarato che il Cremlino supporta le autorità serbe contro quella che ha definito una “rivoluzione colorata”, un termine spesso usato da regimi autoritari per descrivere movimenti di protesta come complotti stranieri. Questa narrazione è stata rafforzata dal vicepremier Vulin, che durante una visita a Mosca ha accusato il “deep state” statunitense e i servizi segreti europei di alimentare le proteste in rappresaglia per il rifiuto di Belgrado di allinearsi alle politiche anti-russe.
Tuttavia, questa mossa rischia di compromettere ulteriormente i rapporti con l’UE e gli Stati Uniti. La Serbia ha già visto un calo del sostegno popolare per l’adesione all’UE dall’inizio delle proteste, con molti manifestanti che vedono Bruxelles come complice di Vucic per il suo silenzio iniziale sulla repressione. La cena di lavoro con von der Leyen e Costa, descritta come “costruttiva” dalla parte europea, non ha fatto nulla per dissipare questa percezione. Al contrario, ha alimentato le critiche di chi, come la deputata Joveva, ritiene che l’UE stia perdendo credibilità nei Balcani occidentali per la sua incapacità di sostenere i movimenti democratici.
La strategia di Vucic sembra essere quella di usare il sostegno russo per rafforzare la sua posizione interna, presentandosi come un leader che resiste alle pressioni occidentali. Tuttavia, questo approccio potrebbe avere conseguenze a lungo termine: un’ulteriore dipendenza da Mosca rischia di isolare la Serbia dalla comunità internazionale e di complicare il suo percorso verso l’UE, un obiettivo che Vucic stesso ha definito “strategico”. Inoltre, il coinvolgimento dell’FSB potrebbe essere percepito come un’ingerenza straniera, alimentando il malcontento tra i cittadini serbi che vedono nella Russia un alleato del regime, non del popolo.
La valutazione militare: il “cannone sonoro” e il controllo della piazza
Sul piano militare, l’accusa di utilizzo di un “cannone sonoro”, noto anche come Long Range Acoustic Device (LRAD), durante le proteste di Belgrado solleva questioni significative. Questi dispositivi, che emettono onde sonore ad alta intensità, sono stati utilizzati in vari contesti per il controllo delle folle, ma il loro impiego contro manifestanti pacifici è controverso e spesso considerato una violazione dei diritti umani. Secondo quanto riportato da DW il 15 marzo 2025, l’analista militare Aleksandar Radic ha descritto il suono come proveniente da un “cannone sonoro”, parte dell’arsenale delle forze di sicurezza serbe, e ha definito l’azione una “brutale dimostrazione di forza” motivata dall’arroganza e dall’odio verso i cittadini. Sebbene la polizia abbia negato l’uso del dispositivo, sostenendo che non sarebbe stato legale, le testimonianze dei manifestanti e i video diffusi sui social media suggeriscono il contrario.
L’FSB, con la sua esperienza in tecniche di repressione e controllo delle proteste, potrebbe essere stata chiamata non solo per indagare, ma anche per fornire consulenza su come gestire future manifestazioni. La Serbia non dispone di un esercito particolarmente avanzato, ma le sue forze di sicurezza sono ben equipaggiate per il controllo interno, come dimostrato dalla massiccia presenza di polizia antisommossa durante le proteste di marzo. Tuttavia, l’uso di tecnologie come il cannone sonoro, se confermato, indicherebbe una volontà di escalation nella repressione, con il rischio di radicalizzare ulteriormente il movimento di protesta.
Dal punto di vista militare, la Serbia si trova in una posizione vulnerabile: non è un membro della NATO e dipende in parte dalla Russia per le forniture di armi e il supporto tecnico. Il coinvolgimento dell’FSB potrebbe rafforzare questa dipendenza, ma a costo di un’ulteriore alienazione dagli alleati occidentali, che vedono con preoccupazione l’influenza russa nei Balcani. Un’escalation della repressione, soprattutto se supportata da tecnologie o tattiche russe, potrebbe anche innescare una risposta più dura da parte della comunità internazionale, come sanzioni o pressioni diplomatiche.
Conclusione: un bivio per la Serbia e i Balcani
La decisione di Vucic di coinvolgere l’FSB in un’indagine interna è un segnale preoccupante per la democrazia serba e per la stabilità dei Balcani. Sul piano legale, mina la trasparenza e l’indipendenza dell’inchiesta sull’uso del cannone sonoro, rischiando di violare i diritti dei manifestanti. Politicamente, rafforza i legami con la Russia a scapito del percorso europeo della Serbia, alimentando il malcontento interno e la sfiducia verso l’UE. Strategicamente, posiziona la Serbia in un equilibrio sempre più precario tra Est e Ovest, con il rischio di isolamento internazionale. Militarmente, l’eventuale conferma dell’uso di tecnologie repressive, con il supporto russo, potrebbe segnare un punto di non ritorno nella gestione delle proteste.
La Serbia si trova a un bivio: da un lato, la possibilità di un cambiamento democratico, spinto dalle proteste e dalla pressione internazionale; dall’altro, un’ulteriore deriva autoritaria, sostenuta dall’alleanza con Mosca. Per Vucic, la sfida sarà trovare un equilibrio che gli permetta di mantenere il potere senza alienare completamente né l’UE né la Russia. Ma per i cittadini serbi, la posta in gioco è molto più alta: il futuro della loro democrazia e il ruolo del loro Paese in un’Europa sempre più frammentata. La storia dei Balcani ci insegna che le crisi interne raramente rimangono confinate: la comunità internazionale, e in particolare l’UE, deve agire con decisione per sostenere le aspirazioni democratiche del popolo serbo, prima che sia troppo tardi.