di Giuseppe Gagliano –
La firma degli accordi energetici tra la Siria e l’Arabia Saudita non è una semplice intesa tecnica. È il segnale più evidente di una trasformazione geopolitica in corso, in cui il Regno guidato da Mohammed bin Salman punta a plasmare la ricostruzione siriana e a riempire i vuoti lasciati da un decennio di guerra, sanzioni e isolamento. A Damasco, la statale Syrian Petroleum Company ha sottoscritto quattro accordi con aziende saudite per sviluppare giacimenti di gas e petrolio: una mossa che riporta la Siria nel circuito economico arabo e offre a Riad nuovi strumenti di influenza.
Il nuovo presidente ad interim siriano, Ahmad al-Sharaa, sa bene che senza capitali stranieri la ricostruzione è impossibile. Le riserve energetiche, pur ridotte, restano una risorsa strategica, tanto più dopo l’annuncio della scoperta di cinque nuovi giacimenti di gas. Ma il dato più rilevante è politico: la Siria torna a dialogare con una potenza araba che, fino a pochi anni fa, sosteneva la caduta del regime precedente.
L’Arabia Saudita non investe per filantropia. Il ragionamento è chiaro: con la caduta di Bashar al-Assad e l’indebolimento di Hezbollah, l’influenza iraniana in Siria non è più quella di un tempo. È un’occasione troppo ghiotta perché Riad possa lasciarla sfuggire. L’obiettivo è sostituire la presa di Teheran con una rete di cooperazione economica, energetica e politica che riporti la Siria nell’orbita araba e tolga spazio ai rivali regionali.
Secondo l’analista Henry Rogers del New Lines Institute, il regno sta sfruttando una finestra storica: la Siria non ha più un vero patron politico e necessita di investimenti immediati. Così, Riad ha sostenuto la revoca delle sanzioni, ha promosso un consiglio economico congiunto e ha persino contribuito, insieme al Qatar, al pagamento degli stipendi pubblici siriani e al saldo del debito con la Banca Mondiale per oltre 15 milioni di dollari. Una strategia di soft power mirata e metodica.
Le cifre della ricostruzione sono impressionanti: tra i 250 e i 400 miliardi di dollari. Senza fondi esterni, la Siria resterà prigioniera della propria devastazione. L’economia del gas e del petrolio, un tempo pilastro del Paese, si è dissolta sotto i colpi della guerra. Intere aree energetiche nell’Est dell’Eufrate sono oggi sotto controllo delle SDF, sostenute dagli Stati Uniti, mentre il resto soffre per mancanza di tecnologia, capitali e sicurezza.
Per Riad, aiutare la Siria significa anche contrastare la proliferazione di economie illegali nate durante la guerra: traffici, reti criminali, produzioni di droga che hanno trasformato parti dello Stato in una macchina parallela. Ripristinare un’economia legale significa dunque aumentare la propria influenza e impedire che altri attori, regionali o extra-regionali, si inseriscano in un vuoto che potrebbe destabilizzare l’intera regione.
La telefonata tra Mohammed bin Salman e Ahmad al-Sharaa conferma una collaborazione sempre più stretta. Il messaggio è duplice: garantire stabilità alla Siria e aprire nuovi corridoi economici per investimenti che vanno dall’energia alle infrastrutture, fino alle telecomunicazioni. Il ministro degli Investimenti saudita, Khalid bin Abdulaziz al-Falih, ha annunciato accordi per oltre 6 miliardi di dollari, dando vita a un consiglio d’affari saudita-siriano che potrebbe diventare il fulcro della rinascita economica del Paese.
La Siria esce da quattordici anni di guerra civile come un Paese frammentato, con istituzioni indebolite e un tessuto economico sbriciolato. Il nuovo governo tenta di proiettare un’immagine di stabilità, ma la realtà è molto più complessa: vaste zone fuori dal controllo centrale, presenza militare straniera, e una popolazione stremata. La scelta di puntare sull’energia come pilastro della ripresa è comprensibile, ma comporta un rischio: delegare troppo ai finanziatori esterni e scambiare sovranità economica per liquidità immediata.
Alla fine la domanda cruciale è una: chi modellerà la Siria del futuro? Gli accordi firmati non sono solo economici. Sono un’architettura di influenza che proietta Riad come arbitro regionale, capace di sostenere la ripresa siriana e di ridisegnare gli equilibri interni. Ma l’investimento saudita è anche una scommessa pesante: la stabilità della Siria resta fragile, e ogni avanzamento può essere vanificato da un nuovo sussulto geopolitico o militare.
La ricostruzione del Paese è solo all’inizio. Ed è evidente che, per la prima volta dopo anni, non saranno né l’Iran né la Russia a dettare l’agenda economica della Siria, ma una potenza araba che punta a trasformare la ricostruzione in un progetto di influenza duratura.












