Siria. Al-Shibani vede Putin: il difficile equilibrio della nuova diplomazia di Damasco

di Giuseppe Gagliano

Dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, la Siria prova a ridefinire la propria postura internazionale. Lo fa partendo da Mosca, con la visita ufficiale del nuovo ministro degli Esteri, Asaad al-Shibani, che ha segnato il primo vertice ad alto livello con il Cremlino. L’obiettivo? Ridefinire le priorità della politica estera siriana, evitando vecchie sudditanze e costruendo un’agenda più autonoma, seppur fortemente condizionata dalle macerie lasciate dal conflitto e dagli equilibri internazionali ancora instabili.
La Siria ha bisogno della Russia, ma anche Mosca non può fare a meno di Damasco. I colloqui con Serghei Lavrov e l’incontro con Vladimir Putin hanno ribadito la centralità delle installazioni russe a Tartus e Latakia, uniche proiezioni militari permanenti di Mosca fuori dall’ex URSS. Tuttavia, le nuove autorità siriane sembrano voler subordinare la presenza russa a un rinnovato equilibrio di interessi, che tenga conto delle mutate condizioni interne e del nuovo contesto regionale.
L’apertura di due comitati congiunti per rivalutare gli accordi firmati sotto Assad va letta in quest’ottica: il Cremlino vuole stabilità e accesso privilegiato, ma la Siria cerca oggi legittimità, ricostruzione e spazio di manovra.
Mentre Damasco rinsalda i legami con Mosca, non chiude le porte a Washington. Il precedente incontro tra il presidente siriano Sharaa e Donald Trump in Arabia Saudita ha aperto un canale, seppur fragile. Gli Stati Uniti restano formalmente ostili, ma una revoca parziale delle sanzioni era stata promessa. Tuttavia, le richieste americane in tema di diritti umani e tutela delle minoranze restano, per ora, un ostacolo non negoziabile per la nuova leadership siriana.
Nel frattempo, l’altro attore destabilizzante continua a essere Israele. Gli attacchi periodici su suolo siriano e il rischio di escalation con Teheran costringono Damasco a ribadire pubblicamente la necessità di difendere la propria sovranità. E in questo, la Siria fa affidamento proprio sull’appoggio politico e militare russo, che Mosca continua a garantire a parole, ma con una prudenza crescente.
Oltre alla dimensione diplomatica e militare, c’è quella economica. La Siria ha bisogno urgente di fondi per la ricostruzione: infrastrutture civili, rete elettrica, sistema sanitario, agricoltura e trasporti sono al collasso. Il nuovo governo punta ad attrarre investimenti, soprattutto cinesi e russi, ma sa bene che nessun rilancio sarà possibile senza almeno un parziale alleggerimento delle sanzioni occidentali.
Mosca ha promesso assistenza alla ricostruzione, ma le sue risorse sono limitate e assorbite da altri fronti, in primis l’Ucraina. Inoltre, la Russia stessa è sottoposta a sanzioni occidentali che ne riducono la capacità di proiezione economica. In questo quadro, è evidente che la Siria cerca un gioco bilanciato: mantenere Mosca come partner principale, ma rendersi disponibile anche a interlocuzioni con attori regionali (come Iran, Egitto e Arabia Saudita) e con gli stessi Stati Uniti, seppure su basi più realistiche e non condizionate.
La nuova diplomazia siriana non può essere letta solo in termini bilaterali. Il riallineamento in atto riflette il più ampio scenario del Medio Oriente post-guerra in Siria e post-Assad. L’Iran, pur ancora presente militarmente attraverso le milizie alleate, sta arretrando nei favori della nuova classe dirigente siriana, mentre l’Arabia Saudita tenta di riaprire un dialogo con Damasco nel quadro degli Accordi di Pechino con Teheran.
Il nuovo governo di Sharaa sembra voler cavalcare questa fluidità geopolitica per ritagliarsi un ruolo di ponte tra blocchi: un attore arabo, ma non subalterno ai sauditi; vicino a Mosca, ma disponibile al dialogo con l’Occidente; aperto alla Cina, ma ancora strutturalmente dipendente dai dossier di sicurezza trattati con Russia e Iran.
La Siria non ha grandi margini di manovra, ma la nuova diplomazia sembra aver imboccato la via del realismo. L’era dell’asse esclusivo con Mosca è finita, e l’illusione di un’apertura immediata con Washington si scontra con vincoli strutturali interni ed esterni. Tuttavia, la capacità di muoversi tra questi due poli, evitando di farsi risucchiare da una nuova guerra per procura, sarà determinante per la sopravvivenza dello Stato siriano.
La posta in gioco non è solo il futuro della Siria, ma la ridefinizione di uno dei principali equilibri geopolitici del Medio Oriente.