Siria. Arrestata un’intera cellula di Hezbollah

Red

Le autorità siriane hanno provveduto ad arrestare una cellula di Hezbollah, cosa che rappresenta un segnale chiaro della direzione intrapresa dalla nuova leadership siriana dopo la caduta di Bashar al-Assad. Per anni il gruppo libanese è stato una delle forze armate non statali più influenti sul territorio siriano, determinante per la sopravvivenza del regime. Oggi, con al-Assad fuori scena e Ahmed al-Sharaa al potere, il rapporto di forza si è rovesciato: Hezbollah è diventato un problema di sicurezza nazionale.
L’operazione, condotta dalla Sicurezza Interna e dall’Intelligence, ha portato alla cattura di militanti attivi nell’area occidentale della capitale in possesso di missili Grad, lanciarazzi e grandi quantità di munizioni. Non si tratta solo di un’azione di polizia: è un messaggio politico. Damasco vuole dimostrare di controllare il proprio territorio e di non essere più un avamposto dell’influenza iraniana. La pubblicazione delle foto dei detenuti è parte di una campagna mediatica volta a legittimare il nuovo corso, presentandolo come garante della stabilità.
Dalla fine del 2023 il gruppo libanese ha subito una serie di battute d’arresto: la guerra con Israele, terminata con un cessate il fuoco a novembre, lo ha logorato militarmente e finanziariamente. Le nuove autorità siriane hanno colto l’occasione per colpire le reti logistiche e di contrabbando che Hezbollah aveva costruito lungo il confine di 330 km tra Libano e Siria. Arresti, sequestri di armi e blitz contro fabbriche di Captagon si susseguono da mesi, riducendo la capacità operativa del gruppo e il suo potere economico.
Il confine si trasforma da retrovia sicura per Hezbollah in una linea di frizione. Dopo scontri mortali con clan libanesi coinvolti nel traffico di droga, Beirut e Damasco hanno rafforzato il coordinamento bilaterale per mantenere l’ordine. Una decisione che, se attuata in modo sistematico, potrebbe interrompere una delle principali fonti di finanziamento per Hezbollah e isolare i suoi combattenti rientrati in Libano.
Per l’Iran, la Siria è stata per oltre un decennio il corridoio strategico per rifornire Hezbollah e proiettare influenza verso il Mediterraneo. La nuova politica di Damasco, che mira a riavvicinarsi ad attori arabi come Arabia Saudita ed Emirati e a normalizzare le relazioni con l’Occidente, rischia di compromettere il cosiddetto “asse della resistenza”. Se il trend continuerà, Teheran dovrà ridefinire la sua presenza nella regione, forse spostando risorse su Iraq e Yemen, o puntando su strumenti più flessibili di pressione asimmetrica.
L’indebolimento di Hezbollah in Siria non significa automaticamente stabilità. Il gruppo resta potente in Libano e potrebbe reagire con azioni di sabotaggio o di intimidazione per mantenere il controllo delle rotte di traffico. Inoltre, la riduzione della sua influenza lascia aperta la competizione per il vuoto di potere: altri gruppi armati, comprese milizie filo-turche o residui di jihadisti, potrebbero tentare di insediarsi nelle zone di confine. Per Damasco la sfida sarà duplice: spezzare l’eredità del passato e impedire che nuove minacce emergano.
La Siria post-al-Assad si muove su un delicato equilibrio. Vuole rassicurare i partner regionali, riaprire canali con l’Occidente e attrarre aiuti per la ricostruzione. La neutralizzazione di Hezbollah è funzionale a questo obiettivo: riduce l’ingerenza iraniana e apre la strada a una possibile mediazione internazionale sul futuro del Paese. Ma se Teheran decidesse di alzare la posta, sostenendo insurrezioni o destabilizzando l’area, la Siria rischierebbe di trovarsi di nuovo al centro di un conflitto per procura.