Siria. Elezioni senza curdi, una transizione incompiuta

di Giuseppe Gagliano

La Siria post-al-Assad, a meno di un anno dal rovesciamento del leader che aveva dominato per decenni, mostra già tutte le fragilità della sua fase di transizione. Le elezioni parlamentari previste per settembre avrebbero dovuto rappresentare un banco di prova della nuova Costituzione provvisoria e un segnale di stabilità. Ma la decisione di escludere le regioni curde del nord e del nord-est, nonché la provincia drusa di Suweyda, ha riacceso tensioni profonde e mai sopite. In pratica milioni di cittadini siriani sono privati di rappresentanza politica, mentre il potere resta concentrato nelle mani del presidente ad interim Ahmed al-Sharaa.
Non si tratta soltanto di una questione politica. Le province di Raqqa e Hasakeh non sono periferie irrilevanti: custodiscono risorse agricole vitali e, soprattutto, parte dei giacimenti di petrolio e gas che hanno sempre rappresentato una linfa economica per la Siria. Escludere queste regioni significa, di fatto, congelare l’accesso del nuovo Parlamento a leve economiche decisive per la ricostruzione del Paese. È un paradosso: la Siria ha urgente bisogno di attrarre investimenti, rilanciare l’agricoltura e ricostruire infrastrutture energetiche, ma taglia fuori dal processo politico le aree che potrebbero garantire autosufficienza e sviluppo.
Il comitato elettorale giustifica l’esclusione con “problemi di sicurezza”. È vero che Suweyda è stata teatro di scontri settari e che l’accesso alla provincia resta difficile. Ma definire “insicure” le regioni curde appare un espediente più politico che realistico. I curdi hanno dimostrato negli ultimi anni capacità militari significative, soprattutto nel contrasto allo Stato Islamico, e controllano il territorio con amministrazioni locali consolidate. In questo senso, la decisione di Damasco non è tanto una misura di sicurezza quanto un modo per contenere un attore politico e militare che chiede decentralizzazione e autonomia.
La questione curda in Siria non può essere letta solo con le lenti interne. Ankara osserva con diffidenza ogni passo che possa rafforzare le autonomie curde, temendo ricadute sui propri confini sud-orientali. Mosca, che resta un arbitro silenzioso della transizione, preferisce una Siria centralizzata e sotto controllo di Damasco, piuttosto che un mosaico federale instabile. L’Iran, storico alleato di Damasco, condivide la medesima visione. Sullo sfondo, gli Stati Uniti hanno perso peso diretto in Siria ma continuano a sostenere le forze curde come contrappeso alle ambizioni russe e iraniane. In questo gioco di potenze, la nuova leadership siriana rischia di essere più strumento che soggetto autonomo.
La transizione siriana si intreccia con il tema, cruciale, della ricostruzione. Per attrarre capitali e aiuti internazionali, Damasco avrebbe bisogno di presentare un quadro politico inclusivo e stabile. Al contrario, l’esclusione di milioni di siriani mina la credibilità del processo. Gli attori economici internazionali – dalle compagnie energetiche ai fondi arabi interessati a investire nella ricostruzione – osservano con cautela. Senza garanzie di rappresentanza e con un conflitto latente tra centro e periferia, ogni piano di sviluppo rischia di naufragare. La marginalizzazione delle regioni curde, che dispongono di risorse agricole e petrolifere strategiche, priva la Siria di leve fondamentali per riacquistare autonomia economica.
La Costituzione provvisoria concentra il potere nelle mani di al-Sharaa, senza dare spazio alla pluralità etnica e religiosa che caratterizza il Paese. Per i curdi, è un segnale chiaro: il nuovo ordine politico rischia di replicare le vecchie logiche centralistiche. Per i drusi, l’esclusione di Suweyda conferma la marginalizzazione. L’impressione è che, dietro la retorica della sicurezza, si nasconda la volontà di Damasco di consolidare il potere centrale prima di concedere aperture. Una strategia che, tuttavia, rischia di alimentare nuove fratture, anziché sanarle.
La Siria del dopo Assad si trova di fronte a un bivio. Da un lato, la possibilità di avviare una ricostruzione politica ed economica realmente inclusiva; dall’altro, il ritorno a logiche di esclusione e repressione che hanno già portato il Paese al collasso. L’esclusione delle aree curde dalle elezioni di settembre non è solo una questione di urne: è il segnale che la transizione siriana rischia di trasformarsi in una restaurazione mascherata. E senza un compromesso sulla questione curda e sulla rappresentanza delle minoranze, la Siria non troverà mai la stabilità necessaria per rinascere.