
di Giuseppe Gagliano –
La guerra civile siriana, formalmente conclusa con la caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, ha lasciato un Paese in macerie e un vuoto strategico che molti attori regionali e globali cercano ora di colmare. Tra questi, la Turchia si muove con decisione, non solo con l’ambizione di guidare la ricostruzione ma anche di riscrivere gli equilibri energetici e geopolitici del Medio Oriente.
L’iniziativa annunciata dal ministro turco dell’Energia Alparslan Bayraktar – fornire gas naturale alla Siria attraverso l’Azerbaigian – non è solo un progetto infrastrutturale: è una mossa di politica estera, una dichiarazione strategica, un investimento a lungo termine. A partire dal 2 agosto, la Siria riceverà 3,4 milioni di metri cubi di gas al giorno da Baku, via Kilis, per alimentare le centrali elettriche di Aleppo e alleviare una crisi energetica che costringe la popolazione a vivere con appena tre o quattro ore di elettricità quotidiana.
La triangolazione Turchia-Azerbaigian-Siria rivela un cambio di paradigma. Ankara, che per tredici anni ha sostenuto le forze anti-al-Assad, è oggi alleata del nuovo governo siriano e promuove un’agenda di stabilizzazione in chiave energetica. L’accordo prevede anche un coinvolgimento del Qatar come finanziatore del progetto, a conferma che i Paesi musulmani sunniti del Golfo vedono nell’asse turco un’alternativa concreta all’egemonia iraniana e russa nella regione.
Per la Turchia, il progetto rafforza la sua posizione di hub energetico euroasiatico. Non solo distribuisce gas azero, ma si accredita come fornitore regionale affidabile. Per l’Azerbaigian, invece, è una vetrina per estendere la propria influenza oltre il Caucaso, mentre per la Siria rappresenta una boccata d’ossigeno vitale per la ripresa economica e sociale.
Il progetto è reso possibile anche da un parziale allentamento delle sanzioni internazionali verso Damasco, segnale che la comunità internazionale è pronta a premiare la stabilizzazione con aperture economiche. Ankara sfrutta questo spiraglio per rafforzare la sua presenza in Siria settentrionale, dove già esporta elettricità, e rilancia la vecchia linea elettrica Birecik-Aleppo da 500 MW, danneggiata dalla guerra. Il completamento di questa infrastruttura, secondo Bayraktar, permetterà di soddisfare il fabbisogno di circa 1,6 milioni di famiglie siriane.
L’obiettivo dichiarato è chiaro: aumentare la disponibilità giornaliera di energia elettrica fino a 10 ore, una rivoluzione nella vita quotidiana dei siriani che apre le porte al ritorno degli sfollati interni e dei rifugiati all’estero. Ma la posta in gioco va oltre: si tratta di legittimare il nuovo governo siriano, ricostruire il consenso interno e, soprattutto, ancorare la Siria post-Assad a un nuovo sistema di alleanze regionali.
Il gasdotto turco-siriano è anche un tassello della più ampia strategia energetica di Ankara. La Turchia sta lavorando a un nuovo accordo con l’Iraq per riattivare e potenziare l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, con l’obiettivo di portare la sua capacità a pieno regime. Si parla di un giro d’affari potenziale da 40 miliardi di dollari l’anno, includendo petrolio, gas e derivati. Questo approccio integrato rafforza la posizione della Turchia come piattaforma di scambio tra produttori asiatici e consumatori europei, e offre ad Ankara una leva negoziale su Bruxelles e Washington.
Dietro le buone intenzioni si nasconde, tuttavia, una competizione feroce. La Turchia sta sottraendo spazi all’Iran, tradizionale sponsor di al-Assad, e limita la penetrazione russa nei progetti energetici siriani. Anche il Qatar, sempre più allineato a Turchia e USA, gioca un ruolo per contenere l’asse sciita e consolidare un equilibrio più favorevole all’Occidente. Così, il gas diventa una leva per ridisegnare la mappa del potere nel Levante.
La Siria è ancora un campo minato, ma il gasdotto Kilis-Aleppo segna un passo verso la normalizzazione, almeno apparente. Per Ankara, è l’occasione per riabilitarsi dopo anni di ambiguità, per Damasco è il primo vero segnale di ripresa, per Baku è l’ingresso in un nuovo scacchiere. Ma ogni metro cubo di gas trasportato porta con sé interessi, influenze, rivalità. La ricostruzione siriana, lungi dall’essere neutrale, è ormai parte di un’architettura regionale dove energia, diplomazia e potere si fondono in un equilibrio ancora tutto da scrivere.










