di Giuseppe Gagliano –
La caduta di Bashar al-Assad, un anno fa, non ha chiuso i conti della storia siriana. Li ha semplicemente riaperti. E ora, nel vuoto lasciato da decenni di dominio alawita, il Paese si scopre attraversato da tensioni che covavano da anni, ma che la paura del regime teneva sotto traccia. Le proteste alawite esplose lungo la costa, la vecchia roccaforte del potere assadiano, non sono un episodio isolato: sono il sintomo di una comunità che si sente tradita, abbandonata e soprattutto vulnerabile. E che chiede protezione proprio a chi, fino a ieri, veniva percepito come un liberatore o almeno come un male necessario.
Il nuovo presidente, Ahmed al-Sharaa, ha fiutato il pericolo e ha cercato di ingranare la marcia del dialogo. Parlando con il governatore di Latakia, ha ammesso che molte richieste avanzate dagli alawiti sono legittime. Un linguaggio ben diverso da quello del passato, quando ogni protesta veniva archiviata come “sedizione” o “manovra straniera”. Ma il riconoscimento, da solo, non basta. Perché gli alawiti non protestano solo contro piccoli episodi di violenza settaria: protestano contro l’idea di essere diventati un bersaglio politico. E protestano soprattutto contro lo Stato che, nel momento più critico, sembra incapace di difenderli.
Il capo del Consiglio islamico alawita, lo sceicco Ghazal Ghazal, non ha usato mezzi termini: ha avvertito che la comunità non resterà “in silenzio e sottomissione” e che non accetterà un’amministrazione che la massacra in base all’identità. Parole che suonano come un ultimatum. E che mettono al-Sharaa davanti a una sfida enorme: garantire i diritti delle minoranze mentre cerca di costruire uno Stato forte e centralizzato, come lui stesso ha più volte rivendicato. È una contraddizione difficile da sciogliere. Perché nel nuovo ordine siriano, tutti chiedono protezione: i cristiani, i drusi, i curdi e ora anche gli alawiti, un tempo considerati il nucleo inamovibile del potere.
La tensione non nasce dal nulla. Da marzo, più di 1.700 alawiti sono stati uccisi in un’ondata di violenze sulla costa. A Homs, la miccia è stata l’omicidio di una coppia beduina sunnita, subito strumentalizzato da gruppi settari in cerca di pretesti. Le forze di sicurezza rispondono in modo caotico, spesso brutale, generando altri motivi di protesta. La Siria è ancora un arcipelago di rancori incrociati, e il nuovo governo fatica a tenere insieme un Paese dove la diffidenza reciproca è profonda almeno quanto lo era prima della rivoluzione.
Per più di sessant’anni, la Siria è stata governata dagli alawiti. Ora quella stessa comunità teme di passare da dominatrice a vittima. Al-Sharaa sa che deve evitare questa trasformazione a ogni costo, se vuole evitare una nuova guerra settaria. Ma sa anche che se concede troppo, rischia di perdere il sostegno degli altri gruppi. Così sceglie una linea intermedia: dialogo pubblico, rassicurazioni internazionali, fermezza istituzionale. Una strategia che però può funzionare solo se sostenuta da fatti, e non da annunci.
Al-Sharaa ha ricordato un punto cruciale: la costa non può essere autonoma, né isolata dal resto del Paese. Perderla significherebbe perdere l’accesso al mare, e quindi una fetta enorme della forza economica e strategica della Siria. È una verità geoeconomica elementare: chi controlla il mare controlla le merci, le energie, gli scambi. E chi non ce l’ha resta dipendente. Gli alawiti, però, interpretano queste parole come una presa di posizione contro le loro richieste di federalismo. E la tensione cresce.
Dal dicembre 2024, quando le fazioni di HTS hanno guidato l’assalto finale contro Assad, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha contato quasi 9.000 civili uccisi. Esecuzioni, torture, rapimenti, attacchi indiscriminati. È un bagno di sangue che ha lasciato cicatrici profonde. E che continua a essere la benzina di ogni nuovo focolaio di protesta. Il nuovo governo cerca di prendere le distanze da quegli orrori, ma il Paese non dimentica. E la comunità alawita, che ora si sente vulnerabile, teme un regolamento di conti lungo e sanguinoso.
In questo scenario esplosivo, ogni gesto pesa il doppio. Ogni parola può accendere o spegnere una rivolta. Al-Sharaa cammina su un filo sottile: deve rassicurare gli alawiti senza alienarsi le altre comunità, proteggere le minoranze senza scatenare accuse di favoritismo, costruire uno Stato forte senza scivolare nell’autoritarismo che ha segnato la stagione di Assad. È la fatica di un Paese che cerca di rinascere, ma che continua a inciampare nei fantasmi della sua storia.
La Siria del dopo al-Assad è un laboratorio instabile. E ogni comunità, oggi, ha paura di diventare la prossima vittima.












