Siria. Il governo di Damasco dice “no” alle armi per i curdi e del Sdf

di Giuseppe Gagliano

La Siria continua a oscillare tra la fine di una guerra e l’impossibilità di una pace duratura. Il governo di Damasco ha respinto la richiesta delle forze curde di mantenere le armi, un diniego che non è soltanto un passaggio negoziale: è il riflesso profondo di uno Stato ancora lacerato, che tenta di ricostruire una parvenza di sovranità mentre le sue componenti interne e i suoi sponsor esterni ne minano l’integrità.
Le Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda e sostenute dagli Stati Uniti, rappresentano un attore armato che ha avuto un ruolo decisivo nella lotta contro lo Stato Islamico. Ora però sono diventate un problema politico per Damasco, che cerca di reintegrare queste strutture nella sua architettura statale senza accettare condizioni.
I curdi siriani non chiedono solo protezione militare. Domandano riconoscimento, partecipazione, garanzie. Il loro desiderio di mantenere un proprio apparato armato va letto come una risposta alla storica esclusione e alla paura di rappresaglie. Il riferimento ai tragici eventi nella regione drusa di Suweyda, oltre 1.400 morti nei recenti scontri, rivela il timore concreto che l’integrazione senza tutele possa significare assimilazione forzata o, peggio, annientamento.
Il governo di Damasco però non può accettare ambiguità. Le parole della fonte governativa siriana parlano chiaro: nessun esercito parallelo, nessun potere autonomo. La centralizzazione della forza è vista come condizione essenziale per la ricostruzione statuale. L’accordo siglato lo scorso marzo tra Ahmed al-Sharaa e Mazloum Abdi, oggi in fase di stallo, è un documento fragile in un contesto in cui ogni parola è un potenziale detonatore.
La posta in gioco non è solo interna. Gli Stati Uniti restano coinvolti, ma il loro appoggio ai curdi rischia di trasformarsi in un fattore destabilizzante più che risolutivo. L’incontro tra Abdi e l’inviato speciale statunitense Tom Barrack mostra che Washington continua a essere un arbitro silenzioso, interessato a mantenere influenza più che a favorire una reale composizione del conflitto.
Intanto, altri attori si muovono. La Turchia di Erdogan, per voce del ministro Hakan Fidan, ha lanciato un avvertimento chiaro: nessuna divisione della Siria sarà tollerata. Per Ankara, le YPG, cuore delle SDF, restano una minaccia esistenziale, in quanto considerate ramo siriano del PKK. L’eventualità di un’entità autonoma curda al confine meridionale è un incubo strategico che la Turchia è pronta a neutralizzare anche militarmente.
E poi c’è Israele, accusato dalla diplomazia turca di voler fomentare il caos siriano per impedire qualsiasi stabilità duratura. Accuse che riflettono la crescente competizione regionale per il controllo degli equilibri levantini, in un Medio Oriente in cui ogni frammentazione è un’opportunità per taluni e un rischio per altri.
Sullo sfondo, ma con peso crescente, si staglia la questione economica. Le regioni curde del Nord-Est non sono solo strategiche militarmente: sono anche le più ricche di risorse energetiche e agricole. Le aree sotto controllo SDF contengono buona parte del petrolio siriano, oltre a estese zone coltivabili. Qualsiasi reintegrazione senza una redistribuzione di queste ricchezze sarà percepita come spoliazione. Il rischio è che, dietro il negoziato politico, si nasconda una guerra economica per il controllo delle risorse.
Il governo siriano ha bisogno disperato di risorse per affrontare la crisi postbellica, alimentata da sanzioni occidentali, collasso industriale e disoccupazione endemica. Il rifiuto curdo di disarmarsi è anche un messaggio: non cederemo senza un prezzo adeguato. In un Paese in cui l’economia è frantumata e la ricostruzione è ostaggio dei blocchi geopolitici, le armi restano l’unica moneta di scambio reale.
Il nodo siriano non è solo una questione di armi o minoranze. È un banco di prova per l’idea stessa di Stato-nazione nel mondo arabo post-primavere. Il progetto di Damasco di reintegrare le entità autonome in un’unica architettura statale rischia di fallire se non sarà accompagnato da una visione inclusiva, multilivello, rispettosa delle identità locali e sostenuta da garanzie internazionali. Altrimenti, ogni tentativo di pacificazione sarà solo l’anticamera di una nuova esplosione.
E intanto, tra il silenzio di molte cancellerie e il protagonismo interessato di potenze regionali, la Siria resta sospesa: tra centralismo e federalismo, tra pace armata e nuova guerra.