di Giuseppe Gagliano –
C’era una volta la Russia salvatrice di Damasco, l’alleato indispensabile, il garante della sopravvivenza del regime. Oggi, a quanto pare, potrebbe diventare un ingombro. Il governo siriano starebbe preparando la richiesta ufficiale di ritiro delle truppe russe dalla base di Qamishli, nel nord-est del Paese. Tradotto: grazie per l’intervento, per i bombardamenti, per l’assistenza militare. Ora, però, potete anche liberare la stanza.
La notizia è interessante non solo per quello che dice, ma per quello che rivela. Per anni Mosca ha presentato la propria presenza in Siria come strategica, irrinunciabile, decisiva per la stabilità del Paese. Oggi Damasco, forte del recupero di territori un tempo controllati dalle forze curde e della ritrovata centralità politica, sembra suggerire che i russi “non abbiano più nulla da fare lì”. Una formula diplomatica elegante per dire: il lavoro sporco è finito, ora comandiamo noi.
Qamishli non è una base qualunque. È stata un hub logistico e operativo chiave per la proiezione russa nel conflitto siriano. Mezzi, uomini, infrastrutture, influenza. Ma nel nuovo equilibrio post-Assad, con un governo che tenta di ricompattare il Paese e di ridurre le autonomie periferiche, la presenza russa diventa politicamente scomoda: ricorda troppo bene chi comandava davvero durante gli anni della guerra.
Nel frattempo, anche gli Stati Uniti fanno un passo indietro, riducendo la loro presenza nel Nord-Est e il sostegno alle forze curde. È il grande disimpegno delle potenze esterne, o almeno il tentativo di ridisegnare il perimetro del loro coinvolgimento. E mentre Washington arretra, Mosca rischia di essere accompagnata gentilmente verso l’uscita, come un ex protettore diventato troppo ingombrante.
Il cuore della questione resta il dossier curdo. Le Syrian Democratic Forces, per anni partner privilegiato degli americani e attore chiave nella lotta contro lo Stato Islamico, vengono progressivamente integrate – o assorbite – nelle strutture statali siriane. Un cessate il fuoco, un accordo, promesse di diritti culturali e politici, qualche decreto simbolico. E, parallelamente, la pressione militare. Bastone e carota, versione mediorientale.
Il nuovo leader siriano, Ahmed al-Sharaa, gioca su più tavoli: rassicura Washington, tratta con i curdi, rafforza il controllo centrale e, se serve, ridimensiona anche gli alleati storici. La Russia, che aveva scommesso tutto sulla fedeltà di Damasco, scopre che l’amicizia tra Stati funziona un po’ come quella tra potenze e clienti: dura finché conviene.
La scena è quasi ironica. Mosca interviene per salvare il regime, investe risorse, uomini, prestigio. E quando la situazione si stabilizza, il regime stesso valuta se tenerla ancora in casa. Non è un tradimento, è geopolitica pura: ieri eri indispensabile, oggi sei opzionale, domani potresti essere un problema.
Se davvero i russi dovessero lasciare Qamishli, il messaggio sarebbe chiaro: la Siria vuole tornare sovrana anche sui suoi protettori. Ma resta una domanda di fondo: Damasco sta davvero riconquistando autonomia o sta semplicemente cambiando padrone e sponsor?
Per ora, una cosa è certa: in Siria la guerra non ha prodotto solo macerie e vittime. Ha creato un nuovo mercato di influenze, dove gli alleati entrano come salvatori e rischiano di uscire come ospiti di troppo. E in questo gioco, chi ieri dettava le regole oggi potrebbe dover chiedere il permesso per restare.












